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Mora mora

Antananarivo (per gli amici “Tanà”) - 25 luglio 2010

Dopo una lunga dormita per riprenderci dal viaggio notturno iniziamo il nostro vagabondare per le strade del centro di Tanà. Mi stupisco subito, piacevolmente, dell’aspetto della città. Circondata da colline su cui si inerpicano piccole strade attorniate da case con ancora lo stile coloniale ereditato dai francesi ben visibile, non posso che giudicarla, a suo modo, una bella città. Specialmente se confrontata con l’architettura di altre caotiche capitali africane.
Ci tuffiamo subito nel mercato del centro città per abituarci di nuovo agli odori, alla polvere, al vociare tipico di questi luoghi. E per abituare fin da subito anche i nostri stomaci al lungo viaggio che ci attende, decidiamo di concederci il primo pranzo locale.
Affascinati da un pulman cittadino parcheggiato in mezzo al mercato sul quale vediamo la gente mangiare seduta come se stesse dirigendosi chissà dove, decidiamo, pur non capendo assolutamente niente del menù scritto su un finestrino, di sederci anche noi.
E così, ordinando un po’ ad intuito con qualche parola di francese, ci ritroviamo a mangiare il primo pranzo tipicamente malgascio (che poi avremmo mangiato più e più e più volte): un piatto di riso in bianco di dimensioni spropositate accompagnato da un piattino con un piccolo pezzo di pesce al sugo (a seconda dei casi il pesce si trasformerà poi in un pezzetino di pollo o nel più frequente stufato di zebù con spinaci).
L’abilità, che ci metteremo un po’ di giorni ad imparare, sta nel mischiare coscienziosamente il poco condimento con la mole di riso in modo da non rimanere a metà pasto con una quantità di riso in bianco totalmente insapore e inodore da mangiare. Pancia piena comunque sempre garantita alla modica cifra di 1 euro a persona.
Man mano che il viaggio andrà avanti scopriremo alcune eredità lasciate dai francesi, come la quantità di due cavalli color panna che circolano come taxi per la città e che Pablo si diverte a fotografare.
La seconda notte a Tanà riutilizziamo la community di couchsurfing.org per trovare ospitalità e conoscere qualcuno del posto a cui chiedere le prime dritte sul viaggio. Veniamo ospitati da Cecile, ragazza francese ricercatrice all’università e suo marito Tahine, artista malgascio, in una villetta molto carina alle porte della città. Non solo ci ospitano, ma ci raccontano delle bellezze del Madagascar dandoci i loro consigli, ci fanno assaggiare il pane cotto nel loro forno solare con un ottimo formaggio sempre di loro produzione e ci cucinano un’ottima cena malgascia! Non smetterò mai di stupirmi di ciò che couchsurfing può offrire ad un viaggiatore e delle persone splendide che  ci dà modo di conoscere.

L’assalto alla stazione dei taxi-brousse e l’arrivo nell’altipiano

Dopo due giorni in città decidiamo di iniziare il nostro viaggio verso sud. Prima tappa la città di Antsirabe, situata a 4 ore di Taxi-brousse dalla capitale, sull’altipiano. I taxi-brousse son i pulmini che vengono utilizzati come mezzi di trasporto locali. Possono essere dei minivan, sulle rare strade asfaltate, o dei camion per tutti gli altri percorsi accidentati difficilmente categorizzabili come “strade”. Come sempre vengono stipati oltre ogni limite di persone, animali, e oggetti di ogni tipo e dimensione. Per fortuna, noi siamo piccoli e abituati a questo tipo di scomodità, per cui riusciamo anche a sonnecchiare tra un viaggio e l’altro.
La partenza è leggermente burrascosa, mentre il nostro taxi si avvicina alla stazione di Tanà veniamo assaltati da una decina di ragazzi urlanti che si buttano letteralmente chi sopra chi dentro la nostra vettura pur di accaparrarsi noi, il vazaha, lo straniero, come veniamo chiamati da queste parti e accompagnarci al loro taxi-brousse per prendersi una lauta commissione. Impareremo coi giorni a gestire al meglio anche questo tipo di situazione, ma il primo impatto è stato, come dire, frastornante!
Purtroppo la fame, la povertà dovuti alla crisi politica ed economica del paese non fanno che accentuare queste situazioni, soprattutto nella capitale, dove molti lottano per sopravvivere alla miseria dilagante.
Ad Antsirabe affittiamo per un giorno le biciclette e pedaliamo per una cinquantina di chilometri per la campagna circostante. Ammiriamo i terrazzamenti di risaie che caratterizzano il paesaggio e sorridiamo e contraccambiamo i saluti di ogni bimbo incontrato al loro richiamo di “bonjour vazaha”.
Più ci sposteremo verso la costa ovest e più ci accorgeremo delle differenze di tratti somatici tra le persone. A Tanà prevale l’influenza indo-malese, la pelle è scura, ma gli occhi sono orientaleggianti e i capelli lisci. Verso la costa ovest ritroviamo i tratti tipici africani, i capelli afro delle donne, sempre accuratamente acconciati e il colore della pelle decisamente più scuro.

Imparando la filosofia del viaggio  ”mora mora”

Ad Antsirabe ci organizziamo un tour di sette giorni per discendere il fiume Tsiribina in piroga e raggiungere il parco nazionale degli Tsingy di Bemaraha. I tre giorni sul fiume scorrono lenti “mora mora” come ripetono costantemente i malgasci, e pigri. Ci facciamo coccolare dal nostro equipaggio, soprattutto  dalla splendida cuoca. Ammiriamo il paesaggio circondato da remoti villaggi di capanne, leggiamo addormentandoci di tanto in tanto sotto il calore del sole mentre i nostri piroghieri remano instancabilmente, nuotiamo per rinfrescarci nelle acque marroni dello Tsiribina nonostante qualche avvistamento di coccodrilli, dormiamo in tenda sull’arenile del fiume sotto splendide stellate, veniamo svegliati tutte le mattine ben prima dell’alba dalle galline che ci portiamo appresso (ma che fuso orario hanno qui le galline?!?? Meno male che la seconda sera son finite in padella!).
La povertà di queste zone è sorprendente. Sulla riva del fiume spuntano bambini che inseguono la nostra piroga solo per conquistarsi una bottiglia di plastica vuota da poter utilizzare come contenitore, qui si ricicla tutto!
L’ultima notte piantiamo le tende nei pressi di un villaggio che, dopo cena, viene a farci visita al gran completo per allietarci con musica e danze attorno al fuoco! Anche noi proviamo ad unirci al cerchio ipnotico che contraddistingue questi balli, mentre un bimbo di non più di otto anni, canta a squarciagola per noi.

E dopo tre giorni di piroga e un giorno di sballottamenti in jeep raggiungiamo il parco nazionale degli Tsingy. Nonostante entrambe le nostre guide sconsiglino vivamente la visita soprattutto del circuito del grande Tsingy per chi, come la sottoscritta, soffre di vertigini, dopo un viaggio del genere e dopo aver scoperto che le conformazioni rocciose del parco sono uniche al mondo, come potevo non visitarlo!? Per cui il mattino seguente, con tanto di imbragatura da alpinista che al posto di darmi sicurezza mi incute ancora più terrore, iniziamo la visita del parco.
Valeva veramente la pena, nonostante un passaggio in cui pensavo che le mie gambe non mi avrebbero sorretto per la paura del vuoto alla mia destra, affrontare il circuito completo. Gli Tsingy sono una particolarissima conformazione rocciosa creata dal vento e dall’acqua, delle specie di guglie appuntite che creano dei canyon e delle grotte all’apparenza strettissime, ma all’interno delle quali si può camminare per ammirare il parco sia da sotto in su camminando tra caverne e radici di alberi, o  dagli splendidi punti panoramici situati in cima agli Tsingy. Non avevamo mai visto niente del genere!

E per concludere il nostro tour in bellezza, dopo altre dieci ore massacranti di jeep, raggiungiamo la celebre Avenue du Baobab, un viale circondato da Baobab imponenti e meravigliosi resi ancora più affascinanti dalla luce del tramonto.

Di piroga in piroga

Ed eccoci finalmente arrivati al mare, Morondava, cittadina poco interessante affacciata sulla costa ovest del Madagascar. Il nostro piano è quello di discendere la costa per raggiungere il piccolo villaggio di Salary situato circa 400km più a sud.
Un po’ per l’assenza di mezzi (qui i taxi-brousse passano pochi giorni a settimana), un po’ per non scendere attraverso le faticose strade accidentate dell’entroterra, ma per godere del mare che si affaccia sul canale del Mozambico con la sua splendida barriera corallina. Un po’ perchè ci siamo “affezionati” alla piroga come mezzo di trasporto e un po’ per quel folle spirito d’avventura che ti prende quando sei in viaggio e che mi ha fatto superare la paura delle vertigini agli Tsingy, decidiamo di affrontare la discesa via mare con una piroga a vela che sarà la nostra “casa” in movimento per i prossimi cinque giorni.
La piroga è ancora più stretta di quella utilizzata al fiume, un tronco scavato, con una vela che i barcaioli, pescatori Vezo, maneggiano con destrezza e utilizzano come tenda alla sera, e un bilanciere per evitare di capottarci alla minima onda.
E così, sempre “mora mora”, riscendiamo la costa. Il mare è fortunatamente calmo, anzi calmissimo, a volte il vento si fa desiderare per ore e ore. Navighiamo una media di dieci ore al giorno, dormiamo su spiagge isolate o isole abitate solo da pescatori di passaggio. Mangiamo quello che il nostro capitano ci cucina, l’immancabile riso questa volta però accompagnato da una succosissima zuppa di granchi giganti, così grandi che per spaccare le chele dobbiamo appoggiarle  su un remo e aprirle con un’ascia arrugginita!
Ogni tanto il capitano ci risveglia dai nostri pensieri indicandoci qualche puntino in lontananza, son megattere che intravediamo, purtroppo, solamente da lontano.
Al quarto giorno di navigazione il mare cambia colore, lo osserviamo diventare sempre più trasparente, azzurro,turchese, di quelle sfumature di colore indescrivibili che ti riempiono la vista, non resistiamo e ci tuffiamo dalla piroga. Sulla costa intravediamo  qualche minuscolo villaggio di pescatori che appare quasi come un miraggio  tra lunghissime spiagge incontaminate e dune di sabbia bianchissima.

Dopo cinque giorni di piroga, sale sulla pelle e capelli arricciati raggiungiamo Salary, dove ci fermiamo qualche giorno negli splendidi bungalow di Chez Francesco, un italiano ormai in Madagascar da 17 anni. Qui il turismo di massa ancora non è arrivato e fino a quando questi luoghi saranno così poco accessibili potremmo godere ancora in assoluta quiete di queste spiagge condivise da pochi viaggiatori.

Ogni parco è una storia a sè

Mora mora è giunta l’ora di incominciare la risalita dell’entroterra verso Tanà visitando i parchi nazionali lungo la strada per spezzare il viaggio e scoprire paesaggi diversi. Questo è quello che più ci ha colpito del Madagascar, oltre alla splendida gente: la varietà dei paesaggi. In un viaggio, seppur piccolo come il nostro, abbiamo avuto modo di visitare gli Tsingy con la loro particolare conformazione rocciosa. Il parco nazionale dell’Isalo, ribattezzato da alcuni il “Colorado” del Madagascar, grazie agli enormi canyon con splendide oasis all’interno. Il parco nazionale di Ranomafana con la sua foresta pluviale e ovviamente gli abitanti dei parchi per eccellenza: i lemuri, bianchi, marroni, con la coda a strisce, piccoli o grossi, ma sempre immancabilmente buffi.

Ultimi giorni: la visita alla missione salesiana

Ci teniamo gli ultimi giorni per andare a trovare Angelo, missionario cugino di Paolo, qui ormai da 25 anni, che risiede a 100 chilometri dalla capitale.
Interessante dopo 4 settimane di viaggio andare ad osservare un tipo di situazione ancora differente come il lavoro dei missionari, ascoltare le chiacchiere  di Angelo, osservare il loro lavoro e i pro e i contro della missione.
Le scuole,  i dispensari, l’oratorio, i campi dati da coltivare ai malgasci … enorme è il lavoro fatto dalla missione in questa zona e, ancora più enorme, il lavoro che effettua ogni giorno Angelo sempre con il sorriso e la battuta pronta, in malgascio ma con ancora una cadenza di siciliano, per chiunque incontri per strada.
Purtroppo l’impatto della missione di evangelizzazione non sempre è positivo, non sempre riesce ad integrarsi con gli usi e i costumi locali e non tutti i missionari son come Angelo, avercene di persone come lui…

Ora vi lascio alle fotografie che sicuramente rendono meglio di tante parole e ricordi accumulati la bellezza e il fascino di quest’ isola. Spiace non aver potuto scrivere man mano a mente fresca e aver dovuto riassumere il tutto, ma internet, sulla piroga, mancava ;-) .
Speriamo comunque di avervi almeno un po’ incuriosito, il resto andate a scoprirlo di persona perchè vale veramente la pena, noi di una cosa siamo certi: ci torneremo presto!

L’ingiusta eredita’

L’ultimo giorno a Siam Rep siam andati a visitare il museo delle mine. Visita molto interessante, non tanto per i reperti in se’, ma per la storia del suo fondatore, un ex khmer rosso ribatezzato dai giapponesi Aki Ra.
Aki Ra, rimasto orfano all’eta’ di 5 anni, entra da bambino a far parte dell’esercito dei Khmer Rossi e, come molti bambini, viene utilizzato per minare i terrreni. Successivamente durante la “liberazione”  vietnamita diserta ed entra a far parte dell’esercito vietnamita. Al termine della guerra poche persone conoscono meglio di lui le mine che ha imparato ad usare fin da bambino. Si specializza ulteriormente lavorando per le Nazioni Unite e decide di dedicarsi allo sminamento della Cambogia. Da solo e senza attrezzatura smina una media di 300 mine al giorno e decide di fondare il museo per far conoscere la sua storia e aiutare i bambini colpiti ancora oggi  dalle numerose mine rimaste.
Se ogni guerra e’ ingiusta, ancora piu’ ingiusto trovo sia il lasciare dopo 30 anni di combattimenti, un paese con un’eredita’ tale: una stima di cinque milioni di mine ancora presenti che continuano a mietere vittime!

Da Siam Rep, con un viaggio di sei ore in barca, abbiamo raggiunto la citta’ di Battambang. Viaggio splendido in mezzo a stretti canali fluviali, attraversando villaggi fluttanti che, a seconda della stagione, si spostano dove il livello dell’acqua e’ maggiore.
Interi villaggi con scuole, negozietti, bar su chiatte galleggianti. L’immagine piu’ bella ce l’ha regalata una bimba sui cinque/sei anni in divisa da scuola che remava con tutte le sue forze per andare a lezione su una canoa grossa dieci volte lei.

A Battambang abbiamo affittato un motorino e gironzolato per le campagne. Abbiamo conosciuto Gonzalo e Luisa che l’estate scorsa son stati qui come volontari in una missione spagnola, ci raccontano della missione che aiuta i bambini disabili, numerosissimi in Cambogia, e decidiamo di andare a curiosare. Il lavoro della missione e’ effettivamente impressionante. Conosciamo Cha Neng, uno dei ragazzi tristemente simbolo della missione. Cha Neng ha ventidue anni e cinque anni fa ha perso due braccia e una gamba a causa di una mina. Ora, con l’aiuto della missione e di una famiglia spagnola che l’ha adottato, ha due protesi che gli permettono di camminare e un motorino per andare a scuola in autonomia. Gonzalo ci racconta di un ragazzo arrivato alla missione il giorno prima e colpito da una mina proprio qui a Battambang. Il ragazzo era in riva al fiume dove le acque hanno portato la mina, non sapendo cosa fosse ha iniziato a giocarci finche’ non e’ esplosa. Quello che mi ha stupito e’ l’enorme ignoranza che c’e’ in merito all’argomento.  Che ancora la maggior parte delle persone, nonostante i numerosissimi handiccapati che si vedono ovunque, non sappia che non bisogna toccare le mine, non sappia che forma abbiano e cosa possono provocare. Noi turisti siamo martellati di informazioni in merito ad ogni pagina della nostra guida che allerta di non camminare fuori dai sentieri etcc….mentre qui non ho visto neanche un cartello informativo in tutte le zone che abbiamo visitato!!!

Conosciamo anche Giacomo, altro ragazzo italiano, che si e’ offerto volontario per fotografare il lavoro svolto qui da Emergency che grazie ai soldi dei donatori italiani ha costruito un ottimo ospedale per curare gratuitamente i numerosi feriti per mine o per incidenti di moto.

Sempre a Battambang, mollato il motorino, facciamo un giro sul famoso treno di bambu’. Un “treno” monorotaia costituito da una piattaforma di bambu’ guidata da ragazzini cambogiani che ti porta in giro per la campagna. Spettacolare!!! Soprattutto quando capita di incrociare qualcuno nel senso opposto, a quel punto non rimane che scendere e smontare la propria carrozza dai binari. Immaginate la nostra sorpresa quando scendiamo per far passare l’ennesimo treno nella direzione opposta e mi vedo venire incontro una ragazza che corre ad abbracciarmi. E’ Sandra, ragazza svizzera, conosciuta a Panama, reincontrata in Nuova Zelanda e ora qui, in Cambogia, in mezzo alla campagna, su un treno di bambu’!!! Incredibile, siam tornati da piu’ di un anno e ancora non ci siamo incontrati in Europa, pur abitando a poche ore di distanza, e ci siamo rivisti qui, lei in splendida forma con un pancione di quattro mesi in giro per il sud est asiatico!

E con Sandra e i suoi genitori trascorriamo l’ultima sera a Battambang andando a vedere un bellissimo spettacolo circense organizzato da una associazione francese che da quindici anni ha fondato una scuola d’arte aiutando i ragazzi cambogiani a studiare musica, arte, design e le arti circensi facendo veramente un ottimo lavoro.

Battambang sembra una citta’ relativamente ricca, nel suo fascino decadente di vecchia citta’ coloniale francese, ma facendo attenzione alle lievi (per noi) differenze di fisionomia, ci accorgiamo che i negozi e i ristoranti sono per lo piu’ gestiti da vietnamiti o cinesi, purtroppo ai cambogiani non rimangono che le bancarelle  per strada o al mercato.
Una sera, rientrando in hotel, mi son presa un vero spavento. E’ spuntato dal nulla un gruppetto di bambini con il volto da zombie. Per fortuna qui sono tutti pacifici, ma quei bambini avevano sniffato tanta di quella colla da non aver piu’ uno sguardo umano.
Ci vorra’ ancora molto purtroppo, soprattutto se continuano i governi corrotti, perche’ la Cambogia possa raggiungere il benessere dei sui vicini asiatici.

Gli ultimi giorni li abbiamo trascorsi in Thailandia. Abbiamo trovato il nostro angolo di paradiso in una spiaggetta remota nell’isola di Ko Chang, festeggiando l’ultimo dell’anno con un falo’ sulla spiaggia e sognando i prossimi viaggi dal nostro bungalow a due passi dal mare!

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Sentirsi a casa

E’ strano atterrare dall’altra parte del mondo e sentirsi a casa. Arrivare a Bangkok, girare ormai in scioltezza in cerca della guesthouse dell’ultimo viaggio e riconoscere le bancarelle preferite di pad thai a cui ormai, nel segno della globalizzazione, si sono aggiunti i chioschi di kebab e felafel.
E’ strano perche’ e’ la prima volta che torniamo qui dopo aver visto l’India e la nostra visione e’ cambiata. Sara’ la stagione secca che rende l’aria piu’ limpida e respirabile (siam anche riusciti a vedere il cielo blu!), ma me la ricordavo piu’ trafficata, piu’ caotica, piu’ rumorosa. Le citta’ indiane ormai ci hanno forgiato per qualsiasi viaggio :-).
Ci godiamo i primi giorni di relax,  in attesa dell’arrivo del mio zaino intercettato a Mosca, gironzolando per Khao San Road curiosando tra gli ultimi design di magliette. Ci spingiamo verso la zona moderna dei centri commerciali per scovare le tendenze cool della moda giovanile asiatica. Scopriamo negozi dal design stiloso, centri commerciali sorprendetemente moderni e accattivanti e un museo del design di recente apertura. Bangkok  ci conferma ad ogni viaggio di essere sempre piu’ una citta’ al centro delle tendenze asiatiche e non solo.
Recuperato lo zaino finalmente ci mettiamo in viaggio verso la Cambogia. Pulman, per i nostri standard, moderno e strade ben asfaltate in 5 ore ci portano al famigerato confine. Tutto procede per il meglio, otteniamo il visto con una piccola “mancia” di 5 dollari al poliziotto di turno. Proviamo per qualche minuto a spiegargi qual e’ il vero prezzo del visto, ma capiamo in breve tempo che qui non siamo noi a dettar le regole e, sapendo che non conviene mai discutere con chi porta una divisa e tiene il tuo passaporto in mano, paghiamo, come tutti i turisti che transitano di qui, la piccola mazzetta.
Il primo sguardo sulla Cambogia ce lo offre Siam Rep al nostro arrivo di notte. Un caos di polvere, tuk tuk, motorini, guest house a buon prezzo e alberghi 5 stelle.  Un mix di bancarelle economiche e ristoranti di tendenza, bar che si fanno concorrenza con gli orari degli happy hour, musica disco/pop occidentale, negozi di souvenir dove il dollaro americano  e’ l’unita’ di misura  e le ultime tendenze in fatto di massaggi. Gia’ a Bangkok ci siamo sorpresi nell’osservare come i massaggi thai tradizionali ormai non bastino piu’, la nuova moda sono i fish massage. Piccole piscine posizionate a bordo strada, colme di pesciolini, dove infilare i propri piedi…non so voi cosa ne pensate, ma io patisco il solletico gia’ quando si avvicinano in mare e poi poveri pesciolini!

Siam Rep e’ la base per visitare i famosi templi di Angkor, simbolo della grandezza dell’impero Khmer. Ci dedichiamo due giorni con tuk tuk e bicicletta alla visita della meraviglia sotto un sole a dir poco cocente.

Come ogni volta che mi  accingo a visitare  una bellezza di cui tanto ho sentito parlare mi chiedo se superera’ le mie aspettative. Ma con i templi di Angkor non si puo’ non rimanere sorpresi.
L’immagine piu’ celebre del grande tempio di Angkor Wat e’ solo una piccola, anche se meravigliosa, parte. L’area archeleogica e’ grande una cinquantina di chilometri o forse piu’. Ogni tempio ci stupisce per la sua diversita’ stilistica e per il miscuglio di religione hindu’ e di buddismo.
Enormi palazzi che si affacciano su bacini d’acqua, un tempio con 38 torri scolpite ognuna con tre facce giganti per lato, grossi portali d’ingresso dove ora sfrecciano i tuk tuk carichi di turisti, bassorilievi di miti hindu’ e statue di Buddha.
In molti templi si osserva come la foresta si sia prepotentemente riappropriata del proprio terreno. Con alberi che abbracciano letteralmente la pietra, radici ormai radicate nelle strutture dei templi e pertanto intoccabili, ma che rendono la visita ancora piu’ affascinante, dando un assaggio di come dovevano essere le rovine al tempo delle prime scoperte, quando era la natura a farla da padrone.
Domani andremo in giro per le campagne cambogiane dove speriamo di sfuggire un po’ , per quanto possibile, dai soliti giri turistici ed entrare piu’ in contatto con la gente del posto.
Leggendo un po’ di storia cambogiana  in questi giorni non posso non pensare che mentre io nascevo trentanni fa, qui cadeva finalmente il regime di Pol Pot. Dopo anni di bombardamenti americani, regime distruttivo e conquista vietnamita, mancava ancora molto ad una situazione di pace. Non riesco a non pensarci quando mi chiedo quanti anni hanno le persone che incrociamo, quale destino diverso abbiamo avuto.

E poi guardo i bambini che affollano le rovine dei templi con i loro souvenir per turisti e  rimango colpita dalla loro incredibile bellezza e dai sorrisi, mischiati a qualche parola di italiano,  che ti regalano per un dollaro o poco piu’.

Buone visioni … e buon natale!

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A piccoli passi…

“Esistono vari modi di viaggiare. La maggior parte della gente, le statistiche parlano addirittura del novantacinque per cento, parte per riposarsi. Vuole scendere in alberghi di lusso in riva al mare e mangiare bene, non importa se alle Canarie o alle Fiji. I giovani compiono viaggi di tipo agonistico, come cimentarsi nell’attraversamento dell’Africa da nord a sud, o navigare sul Danubio in kajak. Non si interessano alla gente incontrata per strada: il loro scopo è di mettersi alla prova, la soddisfazione di superare le difficoltà.”
(Ryszard Kapucinski “Autoritratto di un reporter”).

Io non mi sento in fondo così riposata, soprattutto se ripenso alle partenze dei chapa alle quattro di mattina, nè mi sento di aver compiuto una grande impresa. Mi sento semplicemente arricchita di una nuova esperienza, “riempita” dalle risate delle persone, dai sorrisi dei bambini, dalla bellezza dei paesaggi incontaminati e dalla semplicità dei villaggi.
Sento di aver iniziato lentamente, a piccoli passi, come abbiamo imparato a fare, a conoscere un continente così diverso dal nostro, dalle cui persone, dal cui modo di vivere, di rapportarsi con gli altri, di sorridere, secondo me, abbiamo molto da imparare anche noi.

Buone visioni!

Il fascino della decadenza

Ed eccoci arrivati a nord. Un volo interno per non bruciarsi troppi giorni di viaggio e poi i primi leeeenti spostamenti coi “chapa”. Truck sgangherati con  le giunture al limite della rottura, carichi allínverosimile di uomini,bambini, sacchi di riso, manioca, arachidi e a volte qualche pollo o capretta a tenerci compagnia.
Mentre sobbalziamo sulle improvvisate panche di legno osserviamo il paesaggio che scorre davanti a noi al chiarore dell’alba.
Rimpiangiamo l’efficienza dei trasporti di altri paesi visitati, qui le partenze sono una volta al giorno tra le 4 e le 5 del mattino. Alle 4 saliamo per accaparrarci il posto a sedere e poi si inizia il girotondo nel paese in attesa di raggiungere la capienza massima, solitamente strabordante, del mezzo.
Ammiriamo i baobab giganti che abbelliscono il paesaggio secco e polveroso e i remoti villaggi di terra e paglia. Con un’ora di barca tra mangrovie e acque turchesi raggiungiamo la Ilha de Ibo nell’arcipelago de las Quirimbas.
Mi riesce difficile descrivere il fascino di Ibo, penso sia uno di quei luoghi di cui o ti innamori o ti trasmette poco. Noi ce ne siamo subito innamorati. L’atmosfera magica dell’isola, la cordialita’ degli abitanti, i sorrisi dei bambini che ridono per qualsiasi cosa, la sensazione di pace e sicurezza e il fascino della decadenza dei vecchi palazzi portoghesi oggi ridotti in rovina e mangiati da imponenti alberi.
Ibo sta cambiando molto rapidamente come ci raccontano i primi stranieri venuti a vivere qui gia’ da una decina di anni. La corrente elettrica arrivera’ a breve a sconvolgere la quiete dell’isola. Alcuni palazzi iniziano ad essere restaurati mentre gli isolani continuano, come sempre, ad abitare nelle loro capanne ai margini dell’isola. Io me la ricordero’ cosi’ come un’isola fantasma, ricca di storia, rivelataci in tutto il suo splendore nella notte di luna piena.
Da Ibo con una buona passeggiata tra le mangrovie e complice la bassa marea (non poi troppo bassa, in un punto abbiamo dovuto attraversare un canale con lo zaino sulla testa e l’acqua alla gola!) siamo riusciti a raggiungere a piedi la vicina isola di Quirimbas. Arrivare a Quirimbas, campeggiare li’ una notte, unici viaggiatori, con la tenda sulla sabbia bianca e la vista sulle acque turchesi, passeggiare per il villaggio di sabbia e palme, guardare un film nell’unica tv con tutti i bimbi del villaggio, assistere a una lezione di ballo collettivo rimarranno tra le esperienze piu’ belle del viaggio.
Per spostarci ancora piu’ a nord abbiamo veleggiato 6 ore con un dowh, tipica imbarcazione a una vela mozambicana e l’arcipelago si e’ rivelato in tutta la sua bellezza. Acque di colorazione tra il verde, il turchese e il blu, banchi di sabbia bianca in mezzo al mare, isole con piccoli resort di lusso dai prezzi per noi inaccessibili e altre spiagge ancora inesplorate e selvagge.
Non so dove sia il paradiso, ma per un attimo ci e’ sembrato di averlo raggiunto e abbiamo fantasticato di fermarci a viverci ;-)
Dopo una pausa di qualche giorno nel remoto villaggio di Pangane, situato su una lunga lingua di sabbia bianca costeggiata da palme, a sfamarci di riso e pesce, e’ iniziata la discesa verso sud.
Ritorniamo a sentire parlare portoghese (al nord si parlano solo i dialetti locali) e a vedere un po’, non troppa, di luce la notte.
Ora siamo a Ilha de Moçambique, la vecchia capitale. Diversa da Ibo ma altrettanto affascinante. Anche qui ammiriamo i resti dei palazzi portoghesi distrutti dal passare del tempo e dagli abitanti dell’isola in segno di rivalsa dopo la fuga dei coloni (quegli stessi coloni che in passato li avevano allontanati). Per fortuna ora quei palazzi hanno reso l’isola patrimonio dell’umanita’ e gli abitanti riescono a godere di un minimo di benessere: vediamo la ristrutturazione di scuole, un campo da gioco e il turismo che porta un po’ di denaro.
Vorrei scrivere molto altro di questo nostro quotidiano scoprire questo paese africano con un tocco di sudamerica. Non solo per la lingua portoghese, comunque non parlata da tutti, ma piu’ per il modo di vivere, di socializzare, di ballare ….
Vorrei scrivere delle bancarelle di vestiti che riempiono i mercati, quei vestiti che noi occidentali regaliamo alle varie associazioni e che vengono qui rivenduti (pare sia un business in mano ad algerini e libanesi). Per questo motivo, purtroppo, stanno scomparendo le mode locali, e sono solo alcune donne che ancora si vestono seguendo la tradizioni, le altre persone sono un miscuglio di “mode” da noi ormai passate.
Vorrei scrivere  della cura nell’acconciarsi i capelli, della bellezza dei volti, bellezza che le donne perdono molto giovani a causa dei tanti  bambini e del duro lavoro. Non e´raro vedere donne camminare anche ore con un bambino sulla schiena,la testa carica di legna e il seno rovinato dalle troppe poppate.
E tanto altro ancora….e’ un paese ricco di sensazioni, di modi di vivere e ritmi diversi dai nostri che ci affascina scoprire.
Domani partiamo per un lungo viaggio, ci spiace non poter accompagnare questi racconti con il reportage fotografico, ma la connessione lentissima non ce lo consente. Bisognera’attendere il nostro rientro.

 

 

 

Quattro su cinque

Quattro su cinque, non e’ una nuova pubblicita’ degli ovetti Kinder, ma sono i quattro animali su cinque dei cosidetti “Big Five” che abbiamo visto nel nostro safari al Kruger Park, in Sud Africa.
Dopo una ventina di ore di viaggio, con scalo in Qatar e piacevole incontro di amici torinesi all’aereoporto di Doha (per la serie com’e’ piccolo il mondo), siamo atterati a Johannesburg.
Presa dimestichezza con la guida a sinistra, un po’ spaesati per questo arrivo in un’Africa che non sembra cosi’ tanto Africa, ci siam diretti verso il nostro bellissimo lodge (grazie cugi!!) con vista sul Kruger Park.
Rinoceronti, bufali, elefanti (non “piccoli” come quelli indiani, giganti!) e leoni! Abbiamo mancato solo il leopardo, dei cinque big, animale notturno molto difficile da individuare.
E poi impala (specie di antilopi), giraffe, facoceri (quelli di Hakuna Matata), pitoni di quattro metri, aquile, babbuini, scimmie dai genitali blu, zebre e tanti altri animali affascinanti dai nomi strani e mai sentiti prima.
Impariamo che le scimmie hanno i genitali colorati perche’ sono l’unico animale che vede i colori come gli esseri umani. Che non esiste una zebra uguale all’altra, stanno sempre in branco cosi’ da creare un effetto ottico all’arrivo dei predatori che non riescono a distinguerle singolarmente. Che, strano a dirsi, l’ippopotamo e’ l’animale che miete il maggior numero di vittime umane in Africa…e molto altro ancora.  Mentre giriamo con la nostra guida sulla jeep scoperta osserviamo man mano i vari animali che, incuranti delle macchine con cui sono cresciuti, ogni tanto ci attraversano la strada. Osserviamo estasiati una leonessa che attraversa proprio davanti a noi portando in bocca i propri cuccioli bellissimi.
Tutto sembra apparentemente tranquillo, gli animali convivono pacificamente a poca distanza gli uni dagli altri. Ma e’ una calma solo apparente.
Ce ne rendiamo conto quando avvistiamo il leone e in pochi secondi percepiamo la tensione crescere nell’aria. Gli impala iniziano a correre all’impazzata scivolando davanti a noi sul liscio asfalto, il leone che scatta in cerca della preda….questa volta non e’ riuscito nel suo intento.
Noi rimaniamo immobili e elettrizzati consapevoli che la natura fara’ il suo corso, incurante delle automobili e dei turisti in cerca dello scatto migliore.

E dopo due giorni di relax e’ stata ora di mettersi lo zaino in spalla e, finalmente, avviarsi verso il Mozambico.
Maputo, dopo aver visto le grandi citta’ indiane, ci sembra molto ordinata e tranquilla. La gente cordiale, incurante di noi, unici turisti che giriamo tra i mercati affollati.
Riscopriamo il piacere di passeggiare tra le bancarelle, in mezzo alle persone appollaiate per terra con le loro piramidi di pomodori, patate, arance, papaye. Di osservare i bellissimi bimbi trasportati con noncuranza sulla schiena dalle donne mozambicane mentre portano la spesa in equilibrio sulla testa. Di farci grigliare il pesce comprato al mercato, di chiacchierare in ostello con altri viaggiatori. Chi venuto per tre mesi, come Lucio da Amalfi, per lavorare come volontario in una missione, chi, come una ragazza danese, per uno scambio di un anno con la propria universita’, chi per girare il Sud dell’Africa…
Iniziamo ad ambientarci, a prendere i minibus economici e affollati per andare da una parte all’altra della citta’, ricordandoci dei tanti pulmini presi in Sud America.
Questa mattina abbiamo avuto il primo incontro con la polizia locale. Ce la siamo cavata con tanti sorrisi, qualche parola di portoghese e siamo riusciti a eludere la loro richiesta ” di qualche soldo per un caffe’”.
Questa sera ci aspetta un concerto afro jazz per assaporare la vivissima vita notturna di Maputo e domani si vola finalmente verso il nord del paese, curiosi di andare ad esplorare le zone piu’ remote e immergerci nella natura incontaminata delle coste mozambicane.
PS: La connessione internet da queste parti e’ ancora parecchio carente e lenta, per il resto delle fotografie dovrete aspettare il nostro rientro. Speriamo di riuscire ad aggiornare il blog anche nel remoto nord.
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Pinkpop Festival: 1969-2009

Nel sud dell’Olanda c’e’ un piccolo paese di nome Landgraaf, sconosciuto alla maggior parte delle persone che solitamente si recano nei Paesi Bassi per visitare Amsterdam o altre località più note. Del resto non ci sono particolari motivi per recarsi a Landgraaf, classico paesino dove tutto sembra scorrere lento e tranquillo, dove le casette a un piano sono tutte uguali, il pratino perfettamente tagliato e niente di speciale pare accadere.
Ma dal millenovecentosessantanove, per tre giorni all’anno, qualcosa di unico, che merita senz’altro una visita, accade a Landgraaf.
60.000 persone si recano in questo remoto paesino e risvegliano la popolazione locale al suono della musica rock. Si chiama PINKPOP FESTIVAL e da quarant’anni porta il meglio della musica rock mondiale.
Noi siamo arrivati con un treno dalla Germania Sabato 30 maggio. Nella piccolissima stazione del paese stavano montando le casse per accogliere gli arrivi con le prime note che ci avrebbero accompagnato per i restanti giorni.
Tre giorni di musica per tutti i gusti distribuita su tre palchi: il “Boss” con il suo folk/rock, le chitarre stratosferiche dei Franz Ferdinand, l’energia dei Placebo, lo storico ska dei Madness, la carica dei Killers, il revival di Chris Cornell, da brividi quando ci regala “Black hole sun” e “Spoonman”, la classe dei Mando Diao, il pop/rock dei Kooks….

Campi da calcio invasi da tende (ma in Italia ci farebbero mai picchettare un campo da calcio!?!), sole ustionante per la bianca pelle degli olandesi, stand pronto soccorso con massaggi refrigeranti offerti da infermiere Coca-Cola, cappellini “pink” a colorare il prato di rosa, personaggi stravaganti, bambini, giovani e meno giovani veterani delle primissime edizioni, gente pacifica e presa bene.
Una ruota panoramica per gustarsi un cocktail dall’alto, wurstel fritti, patatine, cibo da ogni parte del mondo e fiumi di birra.
Un’organizzazione perfetta, bagni sempre puliti a qualsiasi ora del giorno e della notte (strano non vedere il solito immigrato a pulire i cessi, ma normali famiglie olandesi le stesse che servono i cibi nelle numerosissime bancarelle) e un’attenzione particolare per l’ambiente.
Ogni venticinque bicchieri di plastica riconsegnati, 5 euro di consumazioni regalate. Memori del ”picking flower” neozelandese, ci dedichiamo, con molta più facilità, al “picking glass” e ci paghiamo, con pochissimo sforzo, un po’ di cenette e birrette. Il “lavoro” meglio pagato che mi è capitato di fare in vita mia, mi chiedo quanto sia grossa l’industria del riciclaggio (non di denaro!!) in Olanda per poter permettersi un meccanismo del genere per il quale il Pinkpop si è guadagnato, meritatamente, l’enviromental award tra i festival europei.

Al di là della musica RocknRolla che ci ha fatto ballare per tre gioni, è l’atmosfera del festival che è indimenticabile. Ci piace dormire in mezzo ad una miriade di persone provenienti da ogni dove accompagnate dalla stessa passione, ci piace risvegliarci al suono di una chitarra che vibra, ci piace vedere gente di ogni età cantare sotto lo stesso palco, vivere di solo musica per tre giorni. E’ per questo che abbiamo deciso, almeno una volta all’anno, di andare a cercare di nuovo quest’adrenalina e di scoprire i numerosi festival che l’Europa ci offre.

Are we human? Or are we dancer?
The Killers
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Il mare visto dall’alto

Un anno fa rientravamo a Torino dal nostro girovagare per il mondo. Un gruppo di amici e parenti ci aspettava, a nostra insaputa, all’ultimo autogrill prima di entrare in città con bandiere e abbracci festosi.
Il primo maggio 2008 me lo ricordo come una giornata di sole, io e Pablo insonni a camminare e riscoprire la nostra città in mezzo ai primi manifestanti e alle bandiere tibetane, ignari che la nostra vita sarebbe cambiata, ancora una volta, di lì a poco.
Oggi, ad un anno di distanza, l’unica cosa che ci è venuta da fare per ricordare il nostro rientro, è stata andare a camminare. Quei trekking che tanto hanno riempito il nostro viaggio, volevamo vedere se eravamo ancora in grado di affrontarli, anche qui, a casa nostra.

Visto la quantità di neve scesa quest’anno, le alpi erano ancora off-limits per le camminate e quindi abbiamo optato per “L’alta via dei monti liguri”, un sentiero che si inerpica sulle verdeggianti montagne che si affacciano sul mare della Liguria.
E’ stata un’ottima scelta, il modo migliore per trascorrere questi giorni di ricordi un po’ malinconici. Io e Pablo, in mezzo alla natura, in fuga dall’affollamento della riviera ligure, uno zaino sulle spalle (e che fatica, non siamo proprio più abituati!), un fornelletto per le nostre cenette, rifugi liberi ad accoglierci con tanto di caminetto tutti per noi, le verdi montagne e il mare visto dall’alto che ci ha regalato scenari memorabili.
Non avrei mai immaginato di poter raggiungere in poche ore quelle vette che di solito osservavo passando in autostrada, non avrei mai immaginato che nascondessero una rete tale di sentieri e rifugi ospitali. Dovevamo andare fino in Patagonia per scoprire le emozioni che possono regalare dei giorni di trekking e per renderci conto che anche da noi, è pieno di paesaggi da scoprire. Ma purtroppo troppo spesso si conoscono meglio le mete lontane delle bellezze di casa nostra.
Ancora mi stupisco tutte le volte che cammino di quanti posti impensabili siano facilmente raggiungibili, di come bastino veramente poche ore di cammino per ritrovarsi in mezzo alla natura, via dalle masse, a godere del silenzio e della pace dei luoghi. Per sentirsi, anche se per pochi giorni, come i viandanti di una volta, muovendosi a piedi, con uno zaino in spalla, per spostarsi da un posto all’altro,  passo dopo passo dopo passo….

Ed ora, ad un anno di distanza, siamo pronti per sognare nuovi viaggi. Dopo il Sud America è giunto il momento di iniziare ad esplorare seriamente il continente africano, per cui appuntamento ad agosto, per i prossimi racconti in mondovisione direttamente dal Mozambico!!

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Vota mondovisione!

Ciao a tutti,

mondovisione è di nuovo in gara. Anche quest’anno partecipiamo al concorso di racconti di viaggio.

Contiamo su di voi amici/elettori per scalare nuovamente le vette della classifica.

Nuova edizione del concorso, nuovi racconti. Quest’anno la procedura è un pochino più complessa, occorre registrarsi prima di votare il racconto, ma noi per questo vi saremo per sempre grati ;-)

Votate il nostro racconto al seguente link: http://www.7mates.com/raccontidiviaggio/guide/india/rajasthan/pushkar/that-s-india.htm

Spargete la voce ai vostri amici e contatti….noi non potremo far altro che ringraziarvi e pubblicare, speriamo presto, nuove storie di viaggi in mondovisione!

votate votate votate

gracias

incrociamo le dita ;-)

i mondovisionari

Il bene più prezioso

Son passati otto mesi dal nostro rientro e finalmente riprendiamo il volo. Viaggetto breve, brevissimo, ma comunque intenso e importante per noi.
Un last minute, due amici che si aggregano a noi e si riparte: destinazione Marocco!
Una settimana per riassaporare il piacere dello zaino in spalla e toccare per la prima volta la terra d’Africa.
Caldo, sandali ai piedi appena scesi dall’aereo, Essaouira la bella, il mare d’inverno, spiaggioni oceanici e campi da calcio improvvisati ovunque sui bagnoasciuga, gabbiani al tramonto, mura che sembrano inespugnabili, navi che si inabissano e odore di pesce appena pescato, barchette blu, finestre blu, decorazioni blu su case bianche.
E poi l’esperienza nell’hammam tradizionale, non di quelli turistici con le istruzioni in lingua per gli occidentali e solo volti bianchi ad attenderti. Un piccolissimo hammam locale senza sfarzi e decori, con donne marocchine che non parlavano una parola di francese, ma alla fine a gesti siamo riuscite a capire come comportarci e a goderci il calore e il rilassamento del bagno turco osservando le donne mentre si lavano e sfregano per ore nella breve intimità concessa dall’hammam.
Come molto tradizionale la cena di pesce al mercato di Essaouira, una grande prova per i nostri stomaci, ma che freschezza!!
Osserviamo lungo la strada che scorre a bordo ocenano un enorme cantiere per un campo da golf in costruzione, e ci chiediamo come si faccia a pensare di costruire dei campi da golf in un paese in secca?!
Molti scelgono di scoprire il Marocco con camper o furgoni che ci riportano alla memoria il nostro amato Blue Spring, li osserviamo con un pizzico d’invidia e teniamo a mente per futuri viaggi in queste terre che rivelano strade incredibilmente ben asfaltate, anche se troppo spesso prive di gard rail. Vertigini e paesaggi mozzafiato in serpentine che si inerpicano tra i monti che poi si aprono in altipiani inattesi. Città fantasma su collinette isolate che ricordano tanto la nostra Civita di Bagnoregio, paesini che si mimetizzano con il colore delle montagne, villaggi berberi e cordialità, case di terra e paglia, terra rossa e oasi di palme, lunghi canyon e massi desertici che sembrano uscire da quadri di Dalì.
Gli ultimi giorni li dedichiamo a perderci nella medina di Marrakech con la sua celebre piazza, i suoi odori, il suo vociare, i macellai in mezzo ai barbieri in mezzo ai negozi di babucce in mezzo alle bancarelle che preparano i tajine, e ancora babucce e argento e borse di pelle coloratissima, the alla menta e dolci spremute d’arancio, uomini incappucciati nel jaballah, caretti trainati dai somari e occidentali in cerca del brindisi di capodanno.

E ho capito ancora una volta che il bene più prezioso e avere il tempo. Tempo per viaggiare, tempo per sognare, per scrivere, per pensare, per leggere, per imparare nuove lingue, per osservare la gente che ti sta intorno e anche a volte per non far nulla, perchè in fondo che male c’e’?!??!

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