Messico e Nuvole

Messico - 8 aprile 2020

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È passato un mese dal nostro rientro, ma mai come questa volta, sembra una vita fa, ora finalmente ho tempo di rispolverarne i ricordi.

Quest’anno avevamo voglia di Latino America, ci mancava il viaggiare in un paese dove riuscire  a comunicare con le persone,  fa la differenza, e per la terza volta torniamo nell’amato Messico.
Buttiamo i bambini, eccitatissimi,  giù dal letto alle quattro di mattina e iniziamo il lungo viaggio: Torino-Francoforte-Los Angeles.
Il volo di andata assomiglia più ad un survival, Ali parte con 38,5 di febbre, Milo è sveglissimo e stanchissimo … ci ripromettiamo di non viaggiare più con un volo diurno così luuuungo.
Fatichiamo a farlo dormire e a calmarlo, dopo 12 ore scendiamo a testa bassa dall’aereo scusandoci con i poveri vicini disturbati dalle sue urla.
Per fortuna all’atterraggio ci viene a prendere Gogol, caro amico di famiglia, che ci ospita per la prima notte nella sua bellissima e rilassante casetta in stile orientale appoggiata sulla tranquilla collina di Los Angeles, a Highland Park.
Al mattino, complice il jet leg, ammiriamo l’alba dal suo giardino,  e dopo aver imbottito Ali di tachipirina ci rimettiamo di nuovo in viaggio verso l’aereoporto: la Baja California ci aspetta!!

Atterriamo a San Jose’ del Cabo tempo di noleggiare la macchina ed eccoci on the road, prima direzione: La Paz!
Tritiamo i primi 200 km mentre i bimbi dormono esausti, iniziamo a familiarizzare  con il paesaggio che ci avrebbe tenuto compagnia per i successivi 15 giorni: cactus, deserto, cactus deserto e ancora cactus!
Arriviamo la sera in un piccolo airbnb non distante dal lungomare.
I primi giorni li dedichiamo a La Paz, i bambini a turno si passano l’influenza, ma riusciamo comunque a rilassarci di giorno nella famosa spiaggia di Playa Balandra e a tuffarci la sera nel colorato e chiassoso carnevale mentre i bimbi provano giostre di altri tempi e i giochi sparpagliati nell’affollatissimo Malecon e noi sorseggiamo cerveza Pacifico.

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Dopo tre giorni è ora di rimetterci in viaggio, non abbiamo nulla di prenotato, studiamo l’itinerario giorno per giorno e decidiamo di provare ad andare ad avvistare le famose balene grigie che in questo periodo dell’anno affollano le tre lagune della Baja California dove vengono a riprodursi.

Optiamo per Bahia Magdalena che  non ci fa deviare troppo dalla meta successiva, Loreto, ma decidiamo di scartare il porto delle principali escursioni e di dirigerci verso il nord della laguna al minuscolo villaggio di Lopez Mateos. La scelta ci sembra azzeccata, il vento è parecchio forte in questo periodo dell’anno, ma questo tratto della laguna è molto protetto inoltre siamo l’unica barca a partire per l’escursione e non ci dispiace poter fare l’uscita in completa solitudine.

Lo scenario ci sorprende,  è bellissimo! Salpiamo al calar del sole, la laguna è circondata da dune di sabbia e numerosi uccelli che popolano quest’area protetta. La barchetta è minuscola, otto posti circa  (ma ci siamo solo noi), grossa come la metà di una balena madre. Non riesco a non chiedere al nostro capitano se non ci son mai stati degli incidenti durante gli avvistamenti. Una volta sola, mi racconta, trent’anni prima, per colpa di un barcaiolo che non ha visto una balena  e ha fatto una manovra sbagliata urtandone una che passando sotto ha fatto ribaltare la barca, ma per fortuna, ci ricorda, sono amiche dell’uomo.

Noi aguzziamo la vista speranzosi e in pochissimo tempo iniziamo ad avvistare a distanza il primo spruzzo e già urliamo di gioia. Sappiamo però che molte persone in queste lagune arrivano addirittura a toccarle, ci sembra impossibile e invece, entrando di qualche chilometro dentro la laguna, avvistiamo una mamma con il suo cucciolo di appena due settimane. Il capitano ci incita a mettere la mano nell’acqua scura per chiamare a noi il cucciolo, l’avviciniamo con un misto di speranza e timore e dopo poco eccolo lì che si fa accarezzare dalla mano di Pablo!

Gioca attorno alla barca per una decina di minuti attirato dai nostri schizzi e poi ci saluta con un’immagine che, ammetto, mi ha fatto scendere le lacrime, andando via a fianco alla sua mamma con un ultimo tuffo a due fuori dall’acqua.

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Decidiamo, nonostante l’ora di tritare ancora qualche chilometro e arrivare per la sera alla cittadina di Loreto pensando di prenotare una sistemazione lungo la strada, ma abbiamo sottovalutato il deserto Messicano, per chilometri e chilometri solo cactus e nessunissimo segnale telefonico.

Arriviamo a Loreto, stanchi, affamati e senza stanza. Appena arrivati in città riusciamo a collegarci a booking.com  che ci segnala pochissime strutture disponibili, invece avviene quello che anni fa pensavo impossibile. Troviamo una camera in centro paese grazie alla vecchia LonelyPlanet (una volta era impensabile trovare disponibilità nella prima struttura economica segnalata dalla guida, come cambiano i tempi!).

Il proprietario della Posada, un vecchio messicano rigorosamente baffuto e gentilissimo, aggiunge un materasso a terra in una stanza e ci fa accomodare tutti e cinque.
Loreto è una tranquilla cittadina con un centro storico molto bello e rilassante. I pittoreschi ristoranti che circondano la piazza sono tutti all’aperto, nonostante alcune sere non sia per niente  caldo in questa stagione,  ceniamo con i mariachi che ci rallegrano dedicandoci la canzone di Coco!

Ma la voglia di mare e relax ci spinge a ripartire, direzione nord verso Bahía Concepción, una delle mete più ambite del nostro progetto di viaggio.
La strada da Loreto alla Baja si incunea tra montagne e cactus, ma dopo qualche chilometro iniziano a spuntare lingue di sabbia e insenature perfette e iniziamo a sognare di avere con noi il nostro amato furgone.
Questa parte della Baja California è il paradiso dei Van Lifer!

Le spiagge sono popolate da camper e furgoni, americani che vengono qui a svernare per mesi in riva al mare. Tutto è consentito e in questa parte del Messico non percepiamo mai pericoli solo tanta quiete e libertà.
Altre spiagge hanno bellissime casette a pochi passi dall’acqua, alcune sono in vendita, fotografiamo qualche cartello di vendita a futura memoria ;-)

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Una sera mentre sorseggiamo una cerveza  in un ristorantino di sabbia affacciato sul mare assistiamo per la prima volta al fenomeno della “bioluminiscenza”, non avevamo ma visto niente di simile nei nostri viaggi. E’ stato come vedere un’aurora boreale nel mare, grazie alla presenza di microrganismi che al passare dell’onda si illuminano di luce verde fluorescente. Magia Pura!
Salutiamo Bahía Concepción con una certezza: un giorno prenderemo un furgone  in California e scenderemo da queste parti con molto più tempo a disposizione per goderci appieno la sua natura selvaggia.

E’ giunta l’ora di rientrare, passiamo ancora un paio di giorni a La Paz, ora decisamente più tranquilla dopo i giorni di festa del carnevale. Ammiriamo i numerosi graffiti che scopriamo gironzolando per le sue strade, i buonissimi ristoranti e bar e ci godiamo ancora Playa Balandra con la sue acque basse perfette per fare giocare i bimbi mentre gustiamo il mango fresco servito in spiaggia (basta ricordarsi di chiederlo rigorosamente senza sale!).
Saltiamo, mio rammarico, l’escursione con gli squali balena e le nuotate coi leoni marini … saranno un altro buon motivo per tornare da queste parti, ma con un bimbo di un anno e mezzo proprio tutto tutto ancora non si riesce a fare ;-) IMG_1687

Per spezzare il  viaggio di rientro decidiamo di fare  una sosta anche dall’altra parte della Baja verso l’oceano a Todos Santos, famosa per le sue onde da surf e per il celebre Hotel California.
Arriviamo giusto in tempo per un Margarita da sorseggiare al tramonto da un promontorio sul mare e mentre osserviamo il cielo cambiare colore ogni secondo guardiamo l’orizzonte in cerca di balene.
Pietro esclama “ma è impossibile vedere una balena da qui” e invece dopo pochi secondi eccola lì a pochi metri dalla riva che esce a salutarci dall’acqua! Questo Messico non finirà mai di stupirci.
Ci godiamo l’ultimo giorno camminando per negozi di artigianato e gallerie di arte e design mexicano e giocando a calcio sulla gigantesca spiaggia oceanica.

E’ ora di imbarcarci,  ci fermiamo a Los Angeles ancora una notte per un ultimo saluto a Gogol che fa felici i nostri bimbi portandoci al Kidspace Children’s Museum di Pasadena dove passano le ultime ore a giocare ai piccoli scienziati con numerosi e divertentissimi esperimenti.
Per fortuna il volo notturno di rientro va decisamente meglio dell’andata,  mi emoziona vedere come Alice e Pietro bramino di avere il loro schermo per guardare finalmente dei cartoni, ma scelgano rigorosamente lo stesso cartone e si aspettino per vederlo in perfetta sincronia.

Mai il ritorno in Italia fu scelta più difficile, torniamo consapevoli che la quarantena ci aspetta.
Passiamo da deserto e liberta’ alla chiusura in casa perchè è quello che sappiamo avverrà in pochi giorni nel nostro Paese per colpa del Coronavirus.
Trascorriamo le ultime ore a interrogarci se sia la scelta giusta, la più sicura, ma cercando di prevedere come sarebbe stato l’andamento del virus anche nel resto del mondo decidiamo di salire sull’aereo (dopo aver dovuto cambiare itinerario tre volte per poter raggiungere Torino) per tornare vicino alle nostre famiglie.

E’ stato un viaggio diverso, perchè le notizie che leggevamo ogni giorno  spesso ci toglievano la spensieratezza che avremmo voluto avere. Ma adesso, riguardando le foto, ci rimane la consapevolezza di essersi stati molto fortunati a poter volare tra le nuvole fino in Messico perchè ora, chissà per quanto tempo, non si potrà tornare a viaggiare con la stessa serenità in giro per il mondo.
In ogni caso, una cosa e’ certa, appena riapriranno i cieli noi saremo lì , tutti e cinque, pronti all’imbarco!

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L’isola di Milo”s”

Grecia - 23 ottobre 2019

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La chiamano Vanlife, un termine come tanti altri molto in voga in questo momento, io la chiamo Liberta’!

La libertà di poter decidere all’ultimo dove dormire, di non dover passare le ore su airbnb e booking in cerca di una stanza (e chi mi conosce sa bene quanto io abbia bisogno di non aprire quei due portali almeno in vacanza :)), di spostarsi in base ai venti, al miglior tramonto, alla taverna più sfiziosa, di poter dormire a due passi dal mare e tuffarsi in acqua ancora in “pigiama”. Di far scorrazzare i bimbi seminudi tra spiaggia, casa, spiaggia, casa, taverna e souvlaki :)

Questa è stata la nostra estate nell’Isola di Milos! Destinazione scelta quasi per gioco, per rendere onore a Mini Milo per poi scoprire che le aspettative date dai numerosi racconti di altri viaggiatori erano tutte vere, è un’isola meravigliosa e ce ne siamo completamente innamorati!

Piccola, facile da girare, con spostamenti brevi, ma con oltre settanta spiagge tutte da scoprire. Una parte centrale dell’isola più turistica ma con tanti angoli tranquilli dove rilassarsi, e due coste est  e ovest da esplorare sfidando le sterrate dove le normali auto a noleggio non possono andare. Ogni costa ha la sua caratteristica, il mare è quasi sempre basso e facilmente accessibile anche ai bimbi, perfetto per imparare a nuotare  e per Milo che gioca a rischiare l’annegamento un giorno sì e uno no.

Ci sono spiagge con altissime suggestive pareti di roccia pericolanti a fare da contorno, c’è la famosissima costa bianca di origine vulcanica con le sue scogliere a picco sul mare a creare un paesaggio quasi lunare. Un luogo che si merita tutta la sua fama. Di giorno affollatissimo, ma al mattino presto e al tramonto spettacolare per godersi tutta la sua bellezza in tranquillità, far arrampicare i bimbi sulle rocce di perlite e fare il bagno nella minuscola insenatura creata dal mare. Solo in Grecia ci si può permettere di dormire a due passi da una località così turistica in furgone senza problemi con una vista da togliere il fiato, mentre una coppia di avventurieri con tendina riesce addirittura a dormire sulla  micro spiaggetta creata dall’insenatura con tutta la mia invidia e ammirazione :)

IMG_3932    E poi c’è la wilderness della costa ovest con km di spiagge selvagge e affascinanti e i miglior tramonti a far da cornice la sera. Per arrivarci bastano qualche km di strade sterrate e un tocco di incoscienza… Arriviamo a pochissimi metri dal mare, ma l’ultimo tratto la strada scende ripidamente ed è completamente piena di buchi, scendiamo, la studiamo, risaliamo, la ristudiamo …. Alla fine decidiamo di fare scendere i bimbi a piedi e tentiamo l’impresa. Il furgone se la cava alla grande, con qualche sobbalzo ma … ne valeva la pena! Riusciamo a posizionarci sul mare e a goderci tre giorni (fino a fine scorte d’acqua) di spiaggia selvaggia. IMG_20190731_184743

E mentre io mi diverto a giocare a “palla al Purti” coi bimbi nell’enormità di questi spazi tutti per noi, Pablo inizia a studiare come mettere le catene per riuscire a ritornare nella civiltà. Prendiamo le misure dello spazio delle ruote, andiamo a misurare la strada, la distanza tra le buche più grandi, mettiamo i cunetti a tappare nei punti più critici, montiamo le catene, facciamo gli scongiuri e a tutto gas il mitico furgone riesce ad uscirne indenne! Apprezziamo il primo viaggio con il nuovo mezzo, tanti gli spazi dentro che ci permettono di montare e smontare più velocemente e spostarci con grande rapidità, in questo momento, in cinque è il mezzo che fa per noi …. Quando i bimbi cresceranno potremmo tornare a dimensioni più piccole e già sogniamo un 4X4 per poter affrontare ogni situazione con agilità. Ancora adesso non sappiamo come abbiamo fatto a non incastrarci in alcune stradine nei classici minuscoli abitati dell’isola dove l’odiato navigatore ci ha fatti capitare.

Perchè Milos non è solo mare, Milos sono anche tanti minuscoli centri abitati uno più bello dell’altro, Milos è un paese costituito praticamente da una sola taverna coi tavoli letteralmente appoggiati sull’acqua, Milos sono le su Syrma colorate che si affacciano direttamente sulle spiagge. Le vecchie rimesse delle barche ora convertite ad abitazione che offrono squarci perfetti per una fotografia ricordo  e spazi riparati per giocare per il piccolo Milo che si diverte a invadere la privacy di queste suggestive abitazioni. Milos sono le stradine bianche e strette, le finestre blu, le piazze delle chiese con tavoli di pietra che rubiamo per i nostri pranzetti, i polpi appesi a seccare al sole, i gattini che rubano le lische di acciughe sotto i tavoli delle taverne e la solita generosità greca che ci fa tornare ogni anno nella loro terra.

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Tra tutte le spiagge una in particolare ci è rimasta nel cuore, una piccola baia a nord, con un kantina dove la sera, quando tutti rientravano verso casa, ci piaceva piazzarci con il furgone, da soli, sul mare. Una kantina dove siamo stati accolti e benvoluti, dove una volta messi a nanna i tre piccoletti potevamo sdraiarci sui loro lettini a guardare le stelle cadenti  e goderci il silenzio facendoci coccolare dai suoni del mare.

Ci concediamo anche qualche giorno nella piccola vicina Kimolos, pochi minuti di traghetto per esser catapultati in un’isola dall’anima più greca che mai! Una lunga spiaggia di sabbia bianca, l’incontro fortuito con due coppie di italiani, una mista italo/greca, con cui scoppia subito un’affinità grazie ai bimbi e le passioni in comune. Trascorriamo con loro una serata piacevolissima nella chora, un dedalo di viuzze sommerse di taverne tipiche e greci di ogni età in festa. Un paesino meraviglioso, rilassato, vivo,  che vale sicuramente il viaggio!

E prima di affrontare il luuuungo viaggio di rientro ci fermiamo una notte ad Atene,  eh sì questa volta  in un airbnb :), dove passiamo poche ore, facciamo tanti balsami e ci affrettiamo a vedere il tramonto dall’Acropoli (dopo 7 anni ce l’ho fatta a farmici portare!) per poi finire la serata nel vivace e piacevole quartiere di Psyri. Dopo tante notti in mezzo alla natura non ci dispiace passeggiare per qualche ora, fin quando i bimbi ce lo concedono, in mezzo alla vita notturna ateniese e ai suoi mille bar affollati di giovani in festa.

E per la prima volta rientriamo a casa già pensando di tornare  a Milos, chissà, quel che è certo e che la Grecia, anche  dopo tanti anni, continua a emozionarci e che abbiamo ancora miriadi di isole da esplorare con la nostra piccola casetta viaggiante e i tre piccoli selvaggi al seguito :)

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Si viaggia in 5!

Thailand - 6 maggio 2019

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2 Marzo 2019

Back in Thailand!!! E questa volta si viaggia in 5, la famiglia è al completo :)

Partenza da Torino ore 9.00 … 24 ore dopo arrivo a Kho Kood. Nel mezzo 10 ore di volo (per una volta diretto da Milano complici le super offerte di Airitaly che con  350 euro a testa ci portano fino a Bangkok). I sedili sono stretti, lo spazio è poco. Abbiamo pagato 60 euro per avere il posto davanti alla culletta di Milo, spesa inutile il piccoletto tenta subito il suicidio liberandosi dalla cintura e cercando di buttarsi giù. Risultato: ce lo teniamo in braccio per il resto del viaggio quando non se ne va a gattonare in giro per l’aereo . La gente ci guarda salire temendo per la loro quiete. Con un pizzico d’orgoglio posso dire che sia all’andata che al ritorno ci hanno fatto i complimenti per questa piccola famiglia di viaggiatori che ha lasciato riposare tutti serenamente.

Atterrati a Bangkok il tempo di respirarne l’aria calda ci siamo fiondati su un minibus che ci aspettava per portarci diretti al molo di Trat.
Alice” Faceva molto caldo e poi abbiamo preso un pulmino che ha guidato 5 ore. In quelle 5 ore ci siamo addormentati come dei ghiri. Poi siamo andati in barca è durato un’altra ora e quando siamo scesi abbiamo preso un furgoncino aperto e ci siamo seduti nel cassone.”

Finalmente, dopo 24 ore, raggiungiamo la nostra spiaggia una delle più remote dell’isola, la spiaggia di Ao Prao dove ci fermeremo per i primi 10 giorni.
Un bungalow a pochi metri dall’acqua, qualche ristorantino dove cenare la sera, una lunga distesa di sabbia bianca e il sole che tutte le sere tramonta nel mare davanti a noi.
Non cercavamo niente di più. Milo a 9 mesi va guardato a vista, gattona ovunque, dalla sabbia all’acqua e vorrebbe assaggiare tutto quello che tocca.
Per fortuna Alice e Pietro sono più che autonomi, li vediamo giocare lontani nell’acqua calda e bassa fino a che il sole non scende nel mare, costruire castelli di sabbia e cacciare conchiglie. Mentre i thailandesi fanno a gara a rapirci Milo per coccolarselo e per fortuna lui non dice mai di no :) così riesco a concedermi anche un rigenerante massaggio sulla spiaggia.

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Il sabato decidiamo di unirci all’associazione locale “Trash for heroes” che si occupa di ripulire le spiagge dall’enorme massa di immondizia che viene trasportata ogni giorno dalla corrente in un punto della baia.
Capsule di caffè, sandali, accendini, spazzolini, bottigliette di vetro, bicchieri, cannucce … i bambini danno una mano volentieri e iniziano a metabolizzare la situazione dei nostri mari sommersi di plastica. In poche ore riempiamo decine e decine di sacchi di immondizia :(

Gli ultimi giorni ci spostiamo nella spiaggia più centrale, alla sera, in cerca di un po’ di musica, troviamo un piccolo localino  gestito da un simpatico hippie thailandese.
Tutte le sere jam session e il bar autogestito: entri e ti prepari tu i tuoi cocktail o ti servi di Singha/Chang/Leo dal frigo lasciando i soldi sulla fiducia.  Milo gattona felice tra i cuscinoni del locale, Alice si coccola un piccolo cagnolino e Pietro si unisce tutte le sere ai musicisti facendosi imprestare qualche strumento.

E’ ora di tornare indietro, salutiamo Kho Kood con un po’ di malinconia, dopo anni di Thailandia possiamo dire di aver trovato una delle nostre isole preferite. Tranquilla, senza macchine di turisti, senza miliardi di beach bar,  verde e rigogliosa grazie alle sue cascate e al fiume che la attraversa, con bellissime spiagge  e possibilità di dormire anche in romantici bungalow affacciati sul fiume.
Il modo migliore per girarla è sicuramente noleggiando un motorino, noi, con Milo così piccolo, non potevamo, ma un giorno abbiamo preso un pickup che ci ha fatto fare il giro dell’isola. Imperdibile la visita al villaggio di pescatori di Ao Yao. Un piccolissimo paesino galleggiante costruito su palafitte collegate da passerelle dove potersi concedere un ottimo e economico pranzo di pesce e frutti di mare.

Ci aspettano gli ultimi giorni a Bangkok. I bimbi son cresciuti, almeno due :),  e mi stupisco della facilità con cui ormai li si può portare in giro. Il sabato li strapazziamo tutta la giornata a Chatuchak il più grande mercato della Thailandia e loro non si lamentano mai anzi ora si divertono a frugare tra le bancarelle di artigiani e provare t-shirt mentre noi ci stupiamo della qualità e design dei loro tessuti e assaggiano il cibo delle bancarelle facendo a gara con me a chi mangia più mango fresco!
Alla sera ancora un mercato, questa volta il Rot Fai Market, e finiamo la serata con un divertente e vertiginoso giro in tuk tuk tra il traffico folle di Bangkok.

 

Si torna a casa, felici di questa prima esperienza in cinque. Abbiamo scelto come primo viaggio per Milo la Thailandia che si conferma sempre uno dei paesi più facili dove andare con un bimbo piccolo.  Cordialità, facilità di spostamenti, mare perfetto per loro, ottimo cibo e tanto relax che era quello di cui avevamo bisogno in questo momento.
Il prossimo viaggio già camminerà e potremo iniziare ad affrontare qualche spostamento in più … e intanto per quest’estate, in suo onore, stiamo iniziando a sognare l’isola di Milo, in Grecia,  con il nostro amato furgone :)
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Seychelles: tra tartarughe giga e pesci dai mille colori

Seychelles - 25 marzo 2018

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Quest’anno non è stato facile scegliere la nostra meta per il viaggetto invernale. Volevamo andare al caldo, dovevamo scegliere una meta tranquilla che non comportasse troppi spostamenti ed evitare il virus della Zika che, purtroppo, abbiamo scoperto essere ormai presente in tutta l’America del Sud e Centrale e anche in Asia.  Abbiamo quindi iniziato a guardare verso l’Oceano Indiano  e puntato il dito sulla mappa: Seychelles!
Ci è sembrata una destinazione semplice, rilassante e senza grandi virus dai cui doversi proteggere.
Probabilmente non avessimo avuto queste esigenze non l’avremmo considerata come destinazione, ma iniziando a studiare i vari spostamenti abbiamo letto racconti di viaggio che ci confermavano la possibilità di visitare queste isole evitando i resort all inclusive e abbiamo pensato: perché no? :)

Grazie alle compagnie aeree arabe è possibile acquistare voli a prezzi ragionevoli per il mese di febbraio, più difficile è stato trovare invece delle sistemazioni del nostro budget.

Alice: siamo andati in aereo e abbiamo subito detto “dove sono le cuffie per i cartoni” e poi siamo partiti.
Abbiamo fatto uno scalo e abbiamo trovato dei giochi e ci siamo messi a scivolare e giocare ai Pigiamask e poi stavamo aspettando l’aereo, ma il signore ha detto “si parte domattina all’alba” e allora abbiamo dormito su un passeggino (gentile concessione dell’aereoporto di Doha). 

La soluzione più economica per dormire alle Seychelles sono le guest house self catering che offrono l’utilizzo della cucina.  Son stati sicuramente utilissimi i racconti di altri viaggiatori che consigliavano di caricarsi lo zaino con cibo dall’Italia, anche se inizialmente ci sembrava esagerato queste scorte sono state veramente fondamentali per il nostro standard di viaggio.
Alle Seychelles tutto è importato e pertanto molto caro. I ristoranti scarseggiano perché la maggior parte dei turisti cenano nei loro resort. Le uniche soluzioni economiche sono i Take Away, camioncini o semplici chioschi, che per 5 euro ti offrono un pranzo o cena a base di riso pesce o pollo.
Molte spiagge, e questo ci ha stupito positivamente, non hanno neanche un bar dove prendere da bere quindi dotarsi di pranzo al sacco è stato spesso una questione di sopravvivenza oltre che di risparmio.
Un semplice, ma buonissimo, mango shake in un chioschetto di palme e legno sulla spiaggia costa  8 euro.  Per fortuna i bimbi in questo aiutano perché non mancavano mai di regalargli bananine o cocco extra.

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Quindi siamo atterrati e ci siamo svegliati , faceva caldo, abbiamo fatto un tuffo  e poi abbiamo preso un aereo che era grande come mezzo aereo.  Il giorno dopo abbiamo incontrato la mia prima amica del viaggio, italiana, e  abbiamo giocato per tre giorni di fila.
Il secondo giorno siamo andati all’isola delle tartarughe, gli abbiamo dato da mangiare delle foglie speciali, non mangiano tutte le foglie, solo quelle speciali. Le tartaruga erano giga! Abbiamo fatto una camminata e attraversato l’isola. Siamo arrivati sudati marci, abbiamo fatto un tuffo e abbiamo scoperto che Pietro sapeva nuotare senza braccioli. Poi siamo andati a fare “snorkyl” e sembrava di nuotare in un acquario, abbiamo visto gli squali e tantissimi pesci bellissimi, abbiamo visto anche Nemo (dice Pietro) e pesci arcobaleno. E forse anche Dory.

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Nonostante siano isole che vivono di turismo da anni, nonostante la presenza di resort di lusso, abbiamo apprezzato l’accessibilità di tutte le spiagge, la non privatizzazione dei luoghi pubblici. L’assenza di strutture come bar e ristoranti, sdraio e ombrelloni in alcune  spiagge considerate tra le più belle al mondo.

Le Seychelles sono composte da migliaia di isole. Molte sono raggiungibili solo in barca, alcune sono accessibili solo ai Vip che vi arrivano in elicottero e soggiorno nel resort a cinque stelle. Noi abbiamo dedicato i primi giorni all’isola di Praslin per poi spostarci nella più piccola La Digue.

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Abbiamo girato Praslin coi mezzi pubblici, a parte il caldo alle fermate, coi  bus si riesce a raggiungere la maggior parte delle spiagge. Unico neo, l’ultimo pullman parte di solito verso le 17.30 e non consente di godersi il tramonto sulla spiaggia, momento sicuramente magico.  Per questo l’ultimo giorno nell’isola abbiamo deciso di noleggiare una macchina per poter visitare al meglio l’isola e goderci fino all’ultima ora della giornata.
Come prima tappa abbiamo visitato la Riserva naturale  della Vallée de Mai: un’incredibile fittissima foresta dove si può ammirare il Coco de Mer simbolo delle Seychelles.

Quando eravamo nella jungla e stavamo parlando con le radioline ad un certo punto abbiamo sbagliato strada. Nella jungla c’erano degli uccelli,  abbiamo scoperto che per sapere quanti anni hanno le palme bisogna contare le righe sul tronco ma ne avevano così tante che non siamo riusciti a contarle tutte. E poi c’era un cocco a forma di culetto :)
Dopo aver visto la jungla sono andata all’inizio del percorso e abbiamo visto un diario dove bisognava scrivere tutti i commenti e io ho scritto “questo parco è strabello! “

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E per goderci il migliore tramonto dell’isola abbiamo raggiunto la spiaggia di Anse Georgette situata all’interno di un resort di lusso, ma per fortuna accessibile anche a noi umili viaggiatori.  Forse una delle spiagge più belle dei nostri viaggi.

Siamo andati in una spiaggia dove siamo passati attraverso un campo da golf, abbiamo visto il tramonto, fatto l’aperitivo, prima abbiamo fatto il bagno poi abbiamo fatto una buca grandissima nella sabbia.

Sbarcati a La Digue abbiamo capito subito essere un’isola più a nostra dimensione. Grande circa 5km e percorribile principalmente solo in bicicletta, anche se negli ultimi anni purtroppo stanno spuntando pulmini elettrici e qualche taxi per i turisti più pigri :(
Noi abbiamo subito noleggiato tre bici e abbiamo apprezzato il poter pedalare in autonomia da una parte all’altra dell’isola, su e giù per spiagge e foreste.

Ogni mattina mangiavamo pane e burro, poi un giorno siamo andati con le biciclette in una spiaggia. C’erano tante onde, poi siamo andati in una spiaggetta passando dalla jungla e ci siamo fermati a mangiare le bananine. E quando siamo tornati è incominciato a piovere, prima a piovigginare poi a piovere sempre di più , ci siamo fermati sotto una palma e per non bagnarci  ci siamo messi un asciugamano sopra di noi, ma non ha funzionato l’acqua passava comunque.

Abbiamo fatto un’escursione di un giorno alle isole vicine, Grande Soeur e Little Soeur.  Anche nelle escursioni si riesce a risparmiare qualcosina pagando il solo transfer e evitando le grigliate di pesce incluse nel pacchetto standard che ti viene offerto al molo.  E noi abbiamo anche usufruito del servizio “babysitting” a bordo della barchetta quando i bimbi non avevano voglia di rituffarsi a vedere i pesci il gentilissimo equipaggio li intratteneva mostrandogli i libri sugli animali del mare e noi ci siamo goduti le nuotate con le tartarughe marine.
Una di queste isole è affittata per 100 anni ad una coppia svizzera, ma pagando una piccola tassa di ingresso la si può visitare e ammirare la bellissima spiaggia deserta di sabbia bianca finissima non ustionante e lambita da acque turchesi mentre Pietro andava a caccia dei tesori lasciati dai Pirati.

Pietro: Un signore sulla barca ha detto che non c’era un tesoro, invece noi abbiamo trovato un doblone rotondo sulla spiaggia!

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Rimarranno nei nostri ricordi le lunghe pedalate per le strade di La Digue, l’incredibile varietà di pesci dai mille colori, le tartarughe più grandi di Alice e Pietro,  il bianco abbagliante della sabbia, le enormi rocce levigate  e perfette per salti e arrampicate a far da contorno alle spiagge,  i pipistrelli giganti che ti sorvolano al tramonto, il verde della foresta e il turchese del mare.
Alice e Pietro hanno imparato a perlustrare le spiagge e le foreste da soli con le loro radioline,  a fare snorkelling come in un acquario e toccare i pesciolini con le mani, Alice a pedalare instancabile su ogni pendenza e leggersi i primi libri,  Pietro a nuotare senza braccioli nell’acqua calda del mare,  a ordinarsi da bere in inglese, a prepararci la colazione al mattino :) , a dormire piede contro piede nel loro lettino,  a scattare le loro prime fotografie e a scrivere le loro prime righe in mondovisione!

Questo è stato il nostro ultimo viaggio a quattro….stay tuned per nuove avventure in cinque :)

PS:
Alice: Abbiamo scoperto quando siamo tornati che Pietro sapeva andare in bici senza rotelle e mamma ha detto “non potevi dirlo prima che sapevi andare così ti facevamo pedalare alle Seychelles”

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… di strade di sabbia, hawaianas e piccoli passi!

Brasil - 16 aprile 2017

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E finalmente si torna in Sud America! Due settimana tra lo stato di Bahia e Rio de Janeiro.
Due zaini, due bimbi, sandali ai piedi e si riparte!
Atterriamo a Rio dove veniamo piacevolmente accolti da una temperatura serale sui 30 gradi. Manca uno zaino all’appello. Poco male, entriamo nel primo negozio di hawaianas (a Rio ci sono quasi più negozi di hawaianas che caipirinhe) per togliere le All Star ai piedi di Pablo, prendiamo le chiavi del nostro Airbnb e ci godiamo la prima birretta rinfrescante nel quartiere di Botafogo. La prima cerveza atterrati in un paese è sempre il segnale d’inizio della vacanza…ci si lascia alle spalle lo stress del lavoro e ci si immerge in un altro mondo.
Non abbiamo tempo di aspettare lo zaino in città, confidiamo che in qualche modo ci venga recapitato e il mattino dopo prendiamo un volo per Porto Seguro.  Da lì intercettiamo il primo minibus verso sud. I bimbi non pagano e viaggiano in braccio a noi, siamo abituati allo stretto. Sale un ragazzo brasiliano e Pablo commenta “questo sì che è un Paese! Dove si può tranquillamente salire sui pulman a torso nudo” …. “non dirlo a me”, penso io :) .
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Ci fermiamo una notte a Trancoso. Prima di partire ci eravamo documentati, presi da mille dubbi se sostare o no in questo semplice e pittoresco paesino da ormai qualche anno diventato meta di un turismo esclusivo. Pensiamo però che la bassa stagione possa aiutarci a immaginarlo come poteva essere quando ancora era solo un villaggio di casette colorate con al centro un campo da calcio e una chiesetta bianca al fondo, ora ribattezzato “quadrato”. Non ci pentiamo della scelta. Arriviamo a Trancoso in tempo per vedere la luna piena salire dal mare, il celebre quadrato è a dir poco emozionante, nella sua  bellezza ancora semplice e nei colori tipici delle casette che lo circondano. Alla sera scegliamo uno dei tanti ristoranti illuminati dai lumini appesi agli alberi, ci godiamo un concerto di bravi musicisti argentini e ci concediamo la prima moqueca di pesce.  Eh si perchè uno dei motivi per cui abbiamo scelto di tornare in Bahia è anche la sua  cucina così diversa dalle altre regioni del paese. Una zuppa di pesce cotta in tipici contenitori di argilla nel latte di cocco: imperdibile! Trancoso ci rivela la sua anima “vip” nel conto più che  salato della cena, ma nonostante la frequentazione di attori e star internazionali, forse per via della bassa stagione, ci sembra comunque un paesino dal fascino semplice e ammaliante. IMG_9340

Lo zaino non arriva, ma noi fremiamo per raggiungere una delle tappe più ambite del viaggio: Caraiva.
Altre tre ore di strada sterrata verso sud, arriviamo ad un minuscolo molo. Da lì, in pochi minuti, ci traghettano con una canoa al di là del fiume. Benvenuti a Caraiva!
Paesino magico, circondato da una sponda dalla calma del fiume e dall’altra dalle onde dell’Oceano. In mezzo solo strade di sabbia e alberi secolari. Nessun veicolo a motore può circolare, solo qualche carrozza trainata da asini. La corrente elettrica è arrivata da pochi anni, salvando il paese dal rumore dei generatori comunque presenti per animare le serate di forrò. I bambini corrono scalzi per le strade,  si ambientano in fretta e noi con loro.
Abbiamo preso una casetta affacciata sul mare, la cui bellezza rimarrà impressa nella nostra memoria per luuungo tempo. Una casa di legno con cucina e bagno all’aperto affacciati su un rigoglioso giardino di palme, una terrazza tutta per noi da cui ammirare le onde dell’oceano, la lunga spiaggia deserta e iniziare a divorare i libri che mi terranno compagnia per tutto il viaggio.
Unica domanda che ci sorge spontanea è: come farà il nostro zaino ad essere recapitato fin quaggiù? Il proprietario della nostra casa ci tranquillizza dicendoci che in qualche modo, alla maniera brasiliana, lo zaino avrebbe raggiunto il fiume e qualche barcaiolo avrebbe mandato da noi il corriere. E così effettivamente è successo dopo 5 giorni. Abbiamo quindi capito che potremmo tranquillamente viaggiare con un solo zaino :)
I giorni trascorrono con ritmi rilassati,  non ci stufiamo mai di camminare per queste strade sabbiose, i bambini scoprono e gustano l’acai, granita di frutto dell’amazzonia tipicamente servita con miele, banana e granola. Alla sera giocano con bimbi incontrati per strada, capendosi a gesti e sorrisi, osservano la lezione di Capoeira dei ragazzi del paese e noi ammiriamo il tramonto sorseggiando Caipirinha  sulle sponde del fiume.
Un villaggio di sola sabbia, per me, è il Paradiso Terrestre!
Unico enorme rimpianto non averlo scoperto dieci anni fa, quando viaggiavamo da queste parti ed era ancora un piccolo e economico villaggio sconosciuto al turismo. Ora ci raccontano che durante l’alta stagione del Carnevale si riempie di turisti e di feste ogni sera, facciamo fatica a crederlo visto che abbiamo la fortuna di goderne ancora il ritmo rilassato,le strade decisamente non affollate. Come può cambiare la prospettiva di un paesino a seconda dei mesi in cui lo si visita!

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A fatica decidiamo di mantenere l’itinerario programmato e di non piazzarci per due settimane a Caraiva dove io, nonostante il mare ondoso, non faticherei a prendere la residenza.
Ma è ora di ritornare on the road. Canoa, pulman, 4 ore di sterrata, una notte ad Arraial d’Ajuda non distante dall’aereoporto e si ritorna a Rio!

E’ sabato sera, questa volta decidiamo di dormire nel quartiere di Santa Teresa che avevamo amato nel nostro primo viaggio. Santa Teresa è un quartiere diverso dagli altri, arrocato sulla collina, abbellito da case tipicamente coloniali. Ci accompagna nella nostra serata Andreas , il ragazzo che lavora nella nostra pousada.
Ci fa cenare in un semplice e caratteristico ristorante, aggiornandoci sulle triste eredità economica delle Olimpiadi. In questa prima parte del viaggio ci eravamo resi conto di quanto fosse aumentato il costo della vita in Brasile, chiedendoci come fosse sostenibile per la maggior parte dei brasiliani. E infatti non lo è :(
Andreas ci racconta di dover fare tre lavori per potersi mantenere, di come molti scelgano la strada più semplice della criminalità, soprattutto ora che la polizia non è pagata da mesi e le strade sono terra di nessuno! Il Brasile non era pronto a cogliere l’opportunità che le Olimpiadi potevano dare, la corruzione, come prevedibile, ha avuto la meglio. Simbolo di questa caduta è la chiusura da mesi del Maracanà, stadio simbolo di Rio, dove dieci anni fa avevamo visto il derby Botafogo-Flamengo, ora in triste stato di abbandono.
Concludiamo il nostro sabato sera in un localino molto hipster di Santa Teresa, il Favela Hype.
Attirati dalla musica rock ‘n roll suonata dal vivo, Pietro e Alice si fanno presto coinvolgere dalla band finendo per suonare  l’armonica insieme a loro e riempiendo la pista di bellissime brasiliane, con il loro entusiasmo contagioso.

 

Rio è solo una tappa di passaggio, il viaggio prosegue verso sud. Quattro ore di pullman, quattro ore di sonno per Pietrino che deve riprendersi dal live della sera prima. Arriviamo nella città coloniale di Paraty, piccolo gioiello Unesco. Ci accoglie un cielo grigio e carico di pioggia, ma non ci facciamo scoraggiare troppo. Riusciamo comunque a gironzolare per le vie acciottolate del paese prima che vengano allagate completamente dal temporale. Andiamo a dormire speranzosi nel ritorno del sole per poter raggiungere la prossima meta.
Il meteo è dalla nostra parte, per fortuna, saliamo sull’ennesimo pullman e ci rendiamo presto conto, dalle condizioni della strada, che non avremmo mai raggiunto la prossima tappa se il sole non avesse asciugato lo sterrato.
Un’ora scarsa e arriviamo alla spiaggia di Paraty Mirim, siamo molto emozionati, questa volta, nonostante il poco tempo a disposizione, vogliamo provare a raggiungere una meta insolita, se ancora ne esistono : ). C’è un piccolo molo da dove iniziamo ad ammirare il paesaggio in attesa che spunti qualche barchetta disposta a portarci all’interno del fiordo di Saco de Mamanguà.  Coi bimbi giochiamo ai pirati in attesa della loro barca per la conquista del tesoro di Mamanguà :)
Un motoscafo ci molla a metà del fiordo.  Abbiamo trovato un ostello affacciato sulle calme acque del mare, circondato da jungla e sentieri, l’atmosfera è così pacifica che i bimbi la colgono al volo correndo subito nelle loro ormai solitarie esplorazioni della zona. Ci ambientiamo e prendiamo una canoa per ammirare il fiordo pagaiando nelle sue tranquille acque.

Trascorriamo due giorni felici, increduli di aver scoperto un posto ancora così poco pubblicizzato, ma dal fascino unico. La sera i bimbi si divertono aiutandoci a fare un falò sulla spiaggia e noi sorseggiamo cachaca cercando stelle cadenti.  Il secondo giorno esploriamo l’interno azzardando un trekking di un’oretta nella jungla. Procediamo a piccoli passi, seguendo il ritmo di Pietro. Ci guardiamo raggianti nel vederli finalmente cammminare  e sogniamo già futuri viaggi e camminate nella natura. Continuo a soprendermi della loro adattabilità ai viaggi, non si sono mai lamentati di tutti i mezzi di trasporto che hanno preso, hanno camminato come mai a Torino osano fare. Hanno giocato e giocato insieme in completa autonomia, certo stuzzicandosi a volte come tutti i fratelli, ma facendosi anche tanto coraggio a vicenda nelle loro esplorazioni e fantasiose avventure.
L’ultima sera sul fiordo veniamo invitati a cena da un simpatico e socievolissimo signore brasiliano che abita in una splendida casa di vetro e legno con un terrazzino a strapiombo sul fiordo. Ci sembra una buona occasione per sentire qualche racconto sulla zona da chi l’ha scoperta prima di noi. Conosciamo così una signora che abita lì da ormai 30 anni ed è la padrona di una manciata di splendide case affacciate sul fiordo. Scopriamo dai suoi racconti che il Club Med aveva provato ad acquistare 20 anni fa dei terreni in quella zona, ma per fortuna la proprietaria non li avevi voluti cedere. E così il fiordo ha mantenuto il suo fascino selvaggio e rilassato.  Un posto che speriamo rimanga invariato ancora per molti anni, anche se i ricchi di San Paolo stanno iniziando a costruirsi le loro residenze estive.
Sono tutti molto curiosi di sapere come siamo venuti a conoscenza di questa zona, raccontiamo che è stata una piacevole casualità nell’aver visto su Facebook, proprio poco prima di partire, una foto di uno shooting Lavazza che ritraeva proprio una canoa sul Saco de Mamanguà. La foto ci ha incuriositi e così eccoci qui, nella loro casetta, a gustare un’ottima cena brasiliana, con tanti racconti e una stellata indimenticabile a far da cornice.

Come ultima tappa insisisto per voler tornare a Ilha Grande. Voglia di mare calmo, baie e nuotate coi bimbi.  Dieci anni fa era segnalata sulla Lonely Planet come tappa “off the beaten track”. Al nostro arrivo invece la vista dell’isola è oscurata da una nave di MSC Crociere :(
Per fortuna abbiamo prenotato un bungalow in una minuscola spiaggia lontano da tutti. Ilha Grande è ancora bellissima! Senza macchine, rigogliosa, mi ricordavo l’acqua color smeraldo e i sentieri nella foresta per passare da una spiaggia all’altra.
Primi  snorkelling con Alice, mi godo i momenti a due, in silenzio, con maschera e boccaglio, l’emozione per ogni singolo pesciolino.  Mi sveglio al mattino presto per aver la spiaggia tutta per me, rintanarmi nelle mie letture in attesa del loro risveglio. Camminiamo nuovamente nella jungla, un’ora di camminata, un’ora di chiacchiere ininterrotte prive di senso di Pietro. Neanche le salite lo lasciano senza fiato! Arriviamo alla spiaggia Lopes Mendez, maestosa, gigantesca. Giochiamo alle Mini Olimpiadi, ci immergiamo nella morbida sabbia infarinandoci dalla testa ai piedi, ruotiamo sulla spiaggia.

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Il Brasile mi rimane ancora nel cuore, so per certo che ci tornerò e tornerò. Viaggiare coi bimbi per certi aspetti è più semplice, non c’è stato negozietto dove non abbiano omaggiato loro di qualcosa e son stati coccolati da tutti. A chi ci chiede di continuo se fosse sicuro dico solo che in alcuni posti non abbiamo dovuto neanche chiudere la porta di casa. Non abbiamo mai percepito sensazioni di pericolo.  A Rio, come in tutte le grandi città bisogna prestare attenzione e non dare nell’occhio, ma per visitarla altro non serve che una canotta, dei pantaloncini e un paio di hawaianas.
E Rio, l’ultima sera, ci ha regalato uno dei ricordi più belli del viaggio: il tramonto con la vista dal Pan di Zucchero. E io non ho dubbi,per quel che ho visto finora nel mio piccolo, che, vista dall’alto,  sia la città più incredibile del mondo!

 

 

 

Il lato caraibico del Nicaragua

Nicaragua - 16 marzo 2016

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Son passati dieci anni dalla nascita di questo blog, dieci anni dal nostro giro del mondo in quindici mesi.
A volte mi chiedo il senso del mantenerlo vivo, ma poi trovo le mie motivazioni. Mantenere qui i nostri ricordi di viaggio, incontrare grazie a mondovisione altri viaggiatori come noi per potersi confrontare e stimolare altre famiglie a mettersi in viaggio perché “se non ci provi non lo saprai mai”.

Quest’anno ci mancava il Latino America, avevamo voglia di tornare con i bimbi in uno dei paesi più amati del nostro round the world: il Nicaragua!
Il fatto che molti ci abbiano chiesto “ma perché il Nicaragua” , “dove si trova esattamente” è uno dei motivi per cui noi ci siamo tornati :) Un paese sicuramente in cambiamento, ma ancora, in alcune zone, non attaccato dal turismo di massa.

La prima domanda che ci chiedono tutti ora è come si sono comportati i bimbi in viaggio, chi guardandoci come alieni, chi bramoso di prendere ispirazione. Il volo è stato molto lungo, un totale di 18/20 ore di viaggio con scali. I bimbi son stati bravissimi. Ormai le età più difficili sono superate, a 4 e 2 anni si intrattengono con i cartoni, disegnano, mangiano, dormono, corrono negli scali per sfogarsi un po’, e ripartono senza problemi.

Arriviamo a Managua alla sera e già ripartiamo il mattino dopo con un altro volo. Abbiamo deciso di dedicarci alla parte caraibica del Nicaragua che non avevamo visitato nel nostro round the world per motivi di budget.
Con un’altra ora di viaggio raggiungiamo le Corn Islands. Atterriamo su Big Corn e prendiamo subito una panga (motoscafo di legno) per raggiungere Little Corn, l’Isoletta come la chiamano da queste parti.
Saliti sulla barca scopriamo che la nostra è una delle prime imbarcazioni a partire da una settimana a quella parte. Un mese fa c’e’ stato un grosso incidente, una barca si è ribaltata causando la morte di tredici cittadini del Costa Rica e da allora i controlli sono molto rigidi e le imbarcazioni partono solo se le condizioni climatiche sono favorevoli.
E nonostante il clima fosse dalla nostra parte, il viaggio, per fortuna breve, è comunque parecchio burrascoso.  La barca è piccola, le onde sono alte e tutte contro di noi, con una mano ci teniamo saldi alla panchetta di legno e con l’altra sorreggiamo Alice che urla di gioia e Pietro che si aggrappa a me come un koala. Arriviamo fradici e distrutti con Alice che chiede felice “quando possiamo rifare il viaggio!”.

Little Corn è un’isola priva di macchine, la si attraversa tutta con camminate di 30/40 minuti passando per sentieri in mezzo alla jungla. Noi dormiamo in dei semplici bungalow di legno colorati affacciati sul mare, posizione meravigliosa. La nostra zona è molto ventosa e il mare mosso, pertanto ogni mattina ci mettiamo in moto e attraversiamo la giungla per raggiungere altre zone dell’isola un po’ più riparate.
Febbraio è l’inizio della stagione secca, ma ancora ci sono temporali caraibici e il vento rende il mare piuttosto mosso, probabilmente a marzo ci si riesce a godere maggiormente le spiagge e la barriera corallina per gli appassionati di snorkelling.
Ci rimangono impresse le lunge camminate per questi sentieri pianeggianti che ti conducono da una parte all’altra dell’isoletta regalando scenari bellissimi e selvaggi quando di colpo il sentiero si apre davanti ad una radura creata per un campo da baseball o quando il terreno diventa erboso e morbido come un manto di muschio affacciato sul mare.
Non essendo il posto più adatto per fare nuotare Alice e Pietro e avendo già preteso molto da Alice insegnandole finalmente a camminare per qualche chilometro, decidiamo dopo tre giorni di ripartire e andare a cercare una spiaggia più adatta a loro sull’isola grande.

Big Corn è comunque un’isola molto piccola, la si attraversa in venti minuti di macchina, troviamo una spiaggia lunga abbastanza riparata e ci fermiamo un paio di giorni e i bambini iniziano ad ambientarsi giocando in un parco giochi sulla spiaggia, dando da mangiare a delle tartarughine  e mangiando Gallo Pinto la tipica colazione locale a base di riso e fagioli. Mentre noi iniziamo la nostra dieta caraibica a base di pesce, gamberetti, aragoste e birra Toña :)

Come tutta la costa Caraibica del Centro America la lingua predominante non è lo spagnolo, ma il Creolo, un inglese “jamaicano” di difficile comprensione e la musica ricorrente, con nostro grande piacere, è il reggae pompato ad altissimo volume da qualsiasi abitazione. Abbiamo visto catapecchie di lamiera dove però non mancava mai una cassa degna di questo nome che diffondeva musica ad altissimo volume ovviamente rivolta verso l’esterno in palese gara con quella sparata dalle casse del vicino di casa.  Una confusione sonora notevole a suon di reggae!

Le persone sono un mix di razze talvolta di una bellezza veramente unica. Molte donne mi chiedono di poter tenere Pietrino con loro (colpite dal ricciolino biondo) io mi sarei rapita la metà dei loro bellissimi bambini!

Le isole sono isolate e parecchio care, nonostante siano aree povere con un turismo ancora non da grande resort, per fortuna in tutta la costa il pesce non manca e la gente non muore di fame. Abbiamo visto canoe piene di gamberi e aragoste :)

Inizia a piacerci questo primo viaggio un po’ itinerante con i bambini e decidiamo di provare a raggiungere la nostra meta più ambita: i Cayos Perlas.
Prima di partire avevamo letto sulla nostra guida di queste minuscole isole sperdute non lontano da Little Corn raggiungibili o con due ore di barca in mare aperto (opzione scartata per evidenti motivi di sicurezza e mal di mare :)) oppure risalendo la costa con una panga attraversando una tranquilla e riparata laguna.

Prendiamo quindi un breve volo di 15 minuti che da Big Corn ci riporta sulla costa. Arrivati in aeroporto ci stupiamo quando al check in, una volta imbarcati i bagagli, chiedono a tutti e quattro di salire sulla bilancia per controllare il nostro peso.
Siamo preoccupati che non ci lascino imbarcare Pietrino! Una volta che avvistiamo l’aereo capiamo il perché di questi controlli: il velivolo ha un massimo di dieci posti! Io salgo e nel dubbio ingoio subito una pasticca antinausea, il viaggio invece,  in compagnia dei piloti che siedono davanti a noi, si rivela tranquillissimo e ci regala una visione magnifica dall’alto dell’isola e dei colori del mare carabico.

La nostra guida parlava di un remoto villaggio, Laguna de Perlas, dove al massimo avremmo incontrato una decina di turisti al giorno.  Mi sembrava impensabile, leggendo una frase del genere su una guida così mainstream, che il villaggio e i Cayos non fossero già stati invasi da masse di turisti, ma decidiamo comunque che poteva valer la pena visitare una zona così diversa del paese. Non rimaniamo delusi! Laguna de Perlas è un villaggetto caraibico affacciato su una laguna marrone. Non c’e’ nulla, nessun turista, pochissime macchine, centinaia di bambini che giocano per strada e noi ci ambientiamo benissimo!
Da questo villaggio partono le escursioni per raggiungere con qualche barca di pescatori i Cayos Perlas. Capiamo però che è meglio esser sicuri di aver il clima migliore prima di imbarcarci in questa avventura e restiamo quindi qualche giorno nel villaggio in attesa che cali il vento.

Il primo giorno facciamo un’escursione in panga per visitare i villaggi delle popolazioni che abitano lungo la laguna. Il viaggio è parecchio burrascoso anche se all’interno della laguna, ci rendiamo conto di quanto piccole siano queste imbarcazioni e ripariamo i bambini  dalle onde con un telo di plastica nera sulla testa, loro come sempre non fanno una piega, anzi Pietro riesce pure ad addormentarsi :)

I villaggi sono molto affascinanti, poverissimi, ma coloratissimi con casette di legno dai colori sgargianti tipici di questa costa: fucsia, blu petrolio,verde, viola! Casette povere ma con dei bellissimi prati e i cavalli che corrono liberi circondati dal solito stuolo di bambini e dalla biancheria stesa ovunque perennemente a decorare le nostre fotografie.

Sostare qualche giorno a Laguna de Perlas è stato una delle esperienze più belle del viaggio. Anche se non c’era nessun attrazione turistica particolare, i bambini in pochi giorni si sono ambientati giocando felici, chiacchierando con il pappagallo della nostra guest house e, nonostante le difficoltà linguistiche, con i  bimbi del villaggio.
Un pomeriggio oziamo guardando la partita di baseball locale (per la cronaca durata dalle 15.00 alle 22.00 a causa di un temporale che ha allagato il campo, successivamente asciugato a mano da un povero volontario munito di straccio), un altro giorno visitiamo un poverissimo villaggio vicino e ammiriamo Pietro e Alice e la loro capacità di giocare con qualsiasi bambino e di diventare neri dalla testa ai piedi in pochissimo tempo :)

E finalmente arriva il giorno della partenza verso i Cayos. L’escursione è parecchio cara per via del costo della benzina, ma per fortuna riusciamo a trovare altri tre turisti disposti a dividere il costo con noi e anche loro intenzionati a trascorrere almeno una notte sull’isola.
La storia dei Cayos è quantomeno affascinante e bizzarra. Una decina di anni fa un “affarista” di origine greche con la complicità di un avvocato locale acquista cinque isole ad un prezzo ridicolo e le rimette in vendita su internet a prezzi decisametne maggiorati. Le isole vengono quindi acquistate da un neozelandese, da una signora inglese e da altri imprenditori che iniziano a costruire delle abitazioni.

A quel punto la comunità locale si accorge di quello che sta succedendo alle loro isole e rivendica la proprietà riuscendo ad impedire ulteriori costruzioni.

Al momento la situazione ancora non è chiara, e qualche isola si può trovare in vendita in rete al prezzo di 500.000 dollari …ma noi ci godiamo la possibilità di poterne visitare una e, con la complicità del custode dell’isola che vive lì con la sua famiglia e del pescatore che ci accompagna, di dormire una notte in delle semplici capanne che meriterebbero una sistemata, ma che per noi vanno più che bene.

I Cayos sono incredibili, superata la laguna l’acqua all’improvviso diventa turchese e all’orizzonte spuntano dei minuscoli atolli con al centro una massa di palme circondate da spiagge di sabbia bianca.

La nostra isola è minuscola, la si attraversa in trenta secondi da parte a parte: è perfetta! Raccogliamo conchiglie e coralli, ci arrampichiamo sulle palme, oziamo al sole, facciamo un falò la notte al chiaro della luna piena, dormiamo cullati dal rumore del mare sotto la nostra finestra, felici di esser riusciti a raggiungere un posto che non sappiamo per quanto tempo sarà ancora così accessibile per noi.

Gli ultimi giorni salutiamo la costa caraibica e decidiamo di raggiungere Managua via terra affrontando dodici ore di viaggio sui locali chicken bus, i vecchi scuolabus americani splendidamente decorati.
Durante il viaggio capiamo il perché Laguna de Perlas sia ancora un villaggio così poco turistico, durante le prime cinque ore di strada attraversiamo solo campi di banane e olio di palma, nessun segno di centri abitati.
Nuovamente ci stupiamo della resistenza dei bimbi. Dodici ore di viaggio passano in tranquillità tra un pisolino, una sosta per il pranzo, i giochi con altre bimbe sul bus, mentre in città i capricci per noia sono molto frequenti, qui si adattano ad un ritmo più rilassato, si adeguano a non aver cartoni e mille giochi a disposizione e si godono l’avventura in ogni spostamento.

Gli ultimi giorni prima di partire ritorniamo nella bellissima Granada visitata anni fa. Una città coloniale splendidamente tenuta, ritorniamo con gioia a parlare principalmente spagnolo, ci concediamo un alberghetto con piscina per ringraziare i bimbi della loro pazienza e rinfrescarci dalla calura cittadina, facciamo il giro della città in carrozza e visitiamo il mercato centrale. Un tuffo in mille ricordi di mercati e spese fatte per cucinare le nostre cene quando eravamo giovani e in due :)

Il bilancio finale è molto positivo. Non abbiamo trovato come gli altri anni in Thailandia un mare molto adatto ai bimbi e per questo ci siamo mossi maggiormente. Siamo stati felici di capire che gli spostamenti sono fattibilissimi, l’importante è viaggiare con un bagaglio il più leggero possibile (noi avevamo uno zaino a testa  leggero e un marsupio per Pietro, ma nessun passeggino) e lasciare il tempo ai bambini e a noi di ambientarsi senza aver troppa fretta.
Siamo stati molto felici di tornare a viaggiare in un paese dove potevamo parlare spagnolo, l’accoglienza è stata sempre incredibile, un calore che ci mancava, ci son state persone che ci hanno accolto come una famiglia (Pietro ha trovato pure un signore che ha chiamato “nonno” per giorni).
E ora sappiamo che possiamo pian piano iniziare a sognare altri piccoli viaggi itineranti, il Latino America è grande e anche ritornare in posti già visti con Alice e Pietro è come riviverli nuovamente da altre prospettive.

 

 

Un tuffo nel Mare delle Andamane

Thailand - 24 marzo 2015

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Finalmente è giunta l’ora di viaggiare come si deve con qualche chilo di più sulle spalle e due piccoli viaggiatori al seguito. Destinazione ancora una volta: Thailandia!
Complici delle ottime offerte delle compagnie aeree arabe che con 450/500 euro, fuori stagione, ti portano fino in Asia.
Noi optiamo per la Oman Air. Pietro pare apprezzarne le hostess :), noi apprezziamo lo scalo a Muscat che vince il premio “aeroporto family friendly” offrendo ai passeggeri in transito comodissimi passeggini che ci aiutano non poco durante la nostra sosta. Alice osserva alcune donne coperte interamente da tuniche bianche e ci chiede come mai ci sono dei fantasmi (?!?!).
Dopo dodici ore di volo arriviamo a Bangkok.
Com’è volare coi bambini ci chiedono tutti al nostro rientro? Alice, a tre anni e mezzo, ha superato la fase critica. Felicissima di volare, ma soprattutto di avere per la prima volta un televisore touch screen tutto per sè. Pietro, a 14 mesi, è una gestione più complessa. Per fortuna le hostess se ne innamorano e ci aiutano coccolandoselo a turno. Fondamentale presentarsi al check in con largo anticipo e chiedere i posti con la culletta per il piccolo, per poter riposarsi almeno qualche ora e avere un po’ di spazio per l’area gioco improvvisata ai nostri piedi.
L’impatto con Bangkok, nonostante contiamo che è ormai la quinta volta che passiamo di qui, è sempre eufemisticamente “caloroso”.
Trenta gradi che ti colpiscono appena usciti dall’aeroporto. Pietro la prima notte rischia di sciogliersi (anche se non ha perso neanche un etto!) unica soluzione scappare al mare il prima possibile!
Non prima di aver re-incontrato grazie a Facebook, che ogni tanto serve a ritrovare degli amici reali, un compagno delle medie di Paolo trasferito qui con la famiglia da qualche anno. Vittorio è un regista, dopo aver firmato importanti videoclip, ha preso atto del declino del mercato italiano e si è buttato in una nuova avventura. E’ felicissimo di lavorare in Asia, ha una famiglia splendida e ci ha fatto conoscere degli ottimi ristoranti  incuriosendoci con i suoi racconti da Expat. Ci siamo dati appuntamento il prossimo anno per una serata su qualche roof top bar di Bangkok, esperienza che ancora ci manca. Ironia della sorte abbiamo scoperto di aver vissuto per anni a Torino come vicini di casa e invece è molto più probabile che ci si riveda  i prossimi anni nei nostri passaggi a Bangkok!

La nostra destinazione è l’isola di Koh Kradan, nelle isole di Trang. Prendiamo un volo, un minivan e una barca … ma appena vediamo il colore dell’acqua pensiamo che ogni spostamento è valso la pena!
Koh Kradan è un’isola dove non c’e’ nulla, nessun villaggio, nessun abitante, solo sette resort (purtroppo la maggior parte parecchio cari!), due spiagge e una foresta in mezzo.
Noi abbiamo solo bisogno di un bungalow vista mare, qualche bambino con cui socializzare, dei ristoranti dove scassarci di Pad-Thai (noodle thailandesi), qualche buon libro, la birra fresca, l’acqua calda in cui potersi tuffare ad ogni ora del giorno e una barriera corallina a 200 mt di distanza per nuotare in compagnia di milioni di pesciolini. Ci aggiungiamo anche due djset improvvisati con la mia musica sulla spiaggia per ravvivare qualche serata!
Incontriamo altri viaggiatori, famiglie che trascorrono qualche mese in giro per le isole e raccogliamo informazioni preziose per viaggi futuri. Ci facciamo allettare dall’idea di spostarci in un’altra isola.

A sole due ore di barca dista Koh Lipe, al confine con la Malesia. Qualche anno fa se ne parlava come la nuova “Phi Phi Island”, era la nuova isola paradisiaca da esplorare. Purtroppo sappiamo che il turismo di massa è già arrivato anche lì, ma tutti ci dicono che è comunque un turismo rilassato e che l’isola merita effettivamente una visita. Visto che sicuramente non può che cambiare sempre di più e in peggio e visto che non dista molto, decidiamo di andarla a visitare.
Non rimaniamo delusi. Intravediamo come poteva essere l’isola solo qualche anno fa, ma ci facciamo comunque ammaliare dal suo mare dai colori verdi/blu e dalla sabbia bianca e morbida, con cui i bambini si infarinano in continuazione. L’isola è sfruttata, troppe troppe barche, ma troviamo comunque il nostro angolo di mare incantevole e deserto e ci godiamo la spiaggia con i suoi ristorantini dove mangiare alla sera con i piedi nella sabbia, sorseggiare Chang e Singha, mentre i bimbi giocano in attesa della cena.
Incontriamo parecchi pensionati italiani che decidono di svernare da anni da queste parti e sogniamo un giorno di seguire le loro orme. Notiamo anche come siano aumentati, rispetto ai nostri viaggi precedenti,  i ristorantini italiani, troppa gente in fuga in cerca di uno stile di vita migliore.

Abbiamo imparato negli anni a rallentare sempre di più i nostri ritmi di viaggio, a non avere la frenesia di mettere bandierine su mille posti diversi, ma a goderci l’atmosfera lenta un posto alla volta, un viaggio alla volta. Con due bimbi al seguito rallentiamo ancora di più, tutti e quattro necessitiamo di più tempo per adattarci ai luoghi, rilassarci noi, ambientarsi loro, divertirci tutti :).
La Thailandia si conferma sempre una scelta adattissima coi bimbi al seguito. Un paese facile da girare, con tantissimi mezzi di trasporto per qualsiasi destinazione a qualsiasi ora, con ottimo cibo e con  i thailandesi che ti aiutano di continuo giocando felici con i nostri figli. Certo non è la meta più esotica da esplorare, ma viaggiare con Alice e Pietro è già di per sè un’avventura e noi, ora, non abbiamo bisogno d’altro. Fargli scoprire nuovi mezzi di trasporto, camminare in mezzo ai mercati enormi di Bangkok, mangiare spiedini (spigolini come li chiama Alice) alle bancarelle, vivere nudi sulla spiaggia, giocare con bimbi di qualsiasi nazionalità, iniziare a mettergli un piccolo zainetto sulle spalle è sufficiente a renderci felici!
Ci rendiamo conto che non dobbiamo avere fretta, ad ogni età corrisponderà il giusto viaggio, adesso per loro è importante passare del tempo con noi e viceversa, non sono ancora pronti a mille spostamenti e luoghi di cui non ricorderebbero molto. Gli rimarranno impresse delle sensazioni, e per noi è stato bellissimo vederli unirsi in questa vacanza,  insabbiarsi insieme di giorno e rincorrersi la sera nel bungalow per poi crollare vicini sul loro letto improvvisato con un materasso a terra.
Son state solo due settimane, ma intense. I bambini ti riempiono la vacanza, non esistono tempi morti e per una volta il tempo non è volato, ma si è dilatato in emozioni quadruplicate.  Siamo tornati negretti, in qualche modo riposati e con la testa piena di sogni pronti a decollare!

Passaggio di testimone

Uncategorized - 15 febbraio 2015

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Correva l’anno 2007 quando io e Pablo con un sorriso stampato sul viso  salutavamo tutti e ci preparavamo a partire per il nostro Giro del Mondo. Mi ricordo ancora l’adrenalina dei preparativi, le ultime serate torinesi in cui già ci sentivamo distanti anni luce dai soliti locali, le solite uscite, le solite chiacchiere.
Oggi con gran piacere salutiamo due viaggiatori in partenza che ci stanno facendo riaffiorare tanti ricordi: Luca e Roberta di IdeaNomade.
Con Roberta son cresciuta sui banchi di scuola, dal liceo, un’amicizia intensa di tante cose in comune. Passano gli anni, ci si incontrava ormai per caso in città, per poi scoprire che la passione per i viaggi é la stessa e vederla partire come noi, zaino in spalla pronta a realizzare i suoi sogni.
Li seguiremo dal loro blog, con un pizzico di sana invidia, rivedremo posti già visti, ci stupiremo nel vedere i cambiamenti e ci faremo ispirare per i prossimi viaggi. Ci siamo dati un appuntamento, non al bar sotto casa per un caffè al rientro , ma in Asia da qualche parte il prossimo anno.
In tanti penseranno che sono i soliti fortunati, che loro se lo possono permettere, io ribadisco che è sempre questione di scelte. Hanno avuto il coraggio di mollare tutto, il lavoro, la casa, la famiglia e gli amici. Hanno venduto la macchina e girato un anno a piedi in città per iniziare a risparmiare per il viaggio. Non dormiranno in resort all inclusive e viaggeranno su mezzi sgangherati, cammineranno per chilometri con il loro zaino, ma saranno liberi e felici, con tutto il tempo e il mondo a loro disposizione.

Suerte Luca e Roby, que te vaya bien! Vi diranno in Argentina dove forse sarete già atterrati quando ci leggerete.

La spilletta di Caterina che ci ha accompagnato per tutto il viaggio sulla nostra borsa dice “Se non ci provi non lo saprai mai”. Voi lo state facendo e avete tutta la nostra stima!

A presto, ci vediamo in giro!

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Same same but different

Grecia - 13 gennaio 2015

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C’è chi dice che avere un figlio voglia dire non poter più viaggiare, figurarsi averne due!
Ma come ha disegnato egregiamente Giovanna nel nostro logo,  basta mettere l’ultimo arrivato nello zainetto e si può sempre partire :) E la cosa più meravigliosa di tutte e che in qualsiasi posto tu vada sarà sempre un riscoprirlo attraverso i loro occhi e i loro “wow!”

Quando è nata Alice ci chiedevamo come sarebbe stato per una bimba vivace come lei abituarsi agli spazi ristretti del furgone, quando è nato Pietro ci siam chiesti come poterci stare tutti e quattro, eppure abbiamo aggiunto qualche cintura di sicurezza, li abbiamo messi nello stesso lettino e … siam partiti!
La prima gita in Svizzera nella bellissima valle Verzasca, dai paesaggi elfici, primi test con il furgone e primo tentativo di viaggio con amici in camper (esperimento riuscitissimo a parte Alice che non si sa perché era sempre nel camper dei vicini!).  E poi in cerca di un po’ di bel tempo in Corsica e  a Serignan in attesa del ritorno in Grecia per la vacanza estiva!

Quest’anno decidiamo di esplorare la poco, anzi direi pochissimo, turistica isola di Eubea. Noi quattro, il furgone, la spiaggia, il mare, la luna e i falò e …  nessun altro.
E al rientro per non farci mancare nulla un salto al Busker Festival per vedere Alice ballare per le strade di Ferrara e Pietro imparare ad applaudire con le manine.

E ora aspettiamo Marzo con il sorriso tra le labbra e quattro biglietti aerei in tasca. Si torna in Thailandia, in qualche isoletta sperduta, con Alice e Pietro, same same but different, come diranno loro!

Stay tuned, ne vedremo delle belle :)

Grecia on the beach

Grecia - 19 novembre 2013

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Oggi piove, c’e’ aria di neve in città, tempo perfetto per i ricordi estivi e  per riprendere il filo dei nostri racconti di viaggio.

Estate 2013. Cri, la pancia, Pablo, Alice e il nostro furgone.
Prima meta ipotizzata la Turchia, ma causa ecografie irrimandabili, decidiamo di non allungare troppo il viaggio e fermarci in Grecia. La Turchia continua a rimanere lì tra i nostri sogni da realizzare al più presto.
Cominciamo a documentarci in rete e scopriamo con piacere che la Grecia pare una destinazione ideale per i camperisti come noi.
Ma quali tra le mille isole scegliere? O meglio la terraferma? Dove possiamo incontrare le spiagge meno affollate ad agosto e soprattutto parcheggiare liberamente con il nostro furgone vista mare? (Domanda da 100 milioni di dollari!)
Iniziamo a parlare con gli amici viaggiatori per avere consigli e scopriamo che lo Zio di Davide, camperista, sono anni che trascorre mesi in Grecia e ha appena pubblicato una guida per il campeggio libero nel Peloponneso.
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