… di strade di sabbia, hawaianas e piccoli passi!

Brasil - 16 aprile 2017

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E finalmente si torna in Sud America! Due settimana tra lo stato di Bahia e Rio de Janeiro.
Due zaini, due bimbi, sandali ai piedi e si riparte!
Atterriamo a Rio dove veniamo piacevolmente accolti da una temperatura serale sui 30 gradi. Manca uno zaino all’appello. Poco male, entriamo nel primo negozio di hawaianas (a Rio ci sono quasi più negozi di hawaianas che caipirinhe) per togliere le All Star ai piedi di Pablo, prendiamo le chiavi del nostro Airbnb e ci godiamo la prima birretta rinfrescante nel quartiere di Botafogo. La prima cerveza atterrati in un paese è sempre il segnale d’inizio della vacanza…ci si lascia alle spalle lo stress del lavoro e ci si immerge in un altro mondo.
Non abbiamo tempo di aspettare lo zaino in città, confidiamo che in qualche modo ci venga recapitato e il mattino dopo prendiamo un volo per Porto Seguro.  Da lì intercettiamo il primo minibus verso sud. I bimbi non pagano e viaggiano in braccio a noi, siamo abituati allo stretto. Sale un ragazzo brasiliano e Pablo commenta “questo sì che è un Paese! Dove si può tranquillamente salire sui pulman a torso nudo” …. “non dirlo a me”, penso io :) .
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Ci fermiamo una notte a Trancoso. Prima di partire ci eravamo documentati, presi da mille dubbi se sostare o no in questo semplice e pittoresco paesino da ormai qualche anno diventato meta di un turismo esclusivo. Pensiamo però che la bassa stagione possa aiutarci a immaginarlo come poteva essere quando ancora era solo un villaggio di casette colorate con al centro un campo da calcio e una chiesetta bianca al fondo, ora ribattezzato “quadrato”. Non ci pentiamo della scelta. Arriviamo a Trancoso in tempo per vedere la luna piena salire dal mare, il celebre quadrato è a dir poco emozionante, nella sua  bellezza ancora semplice e nei colori tipici delle casette che lo circondano. Alla sera scegliamo uno dei tanti ristoranti illuminati dai lumini appesi agli alberi, ci godiamo un concerto di bravi musicisti argentini e ci concediamo la prima moqueca di pesce.  Eh si perchè uno dei motivi per cui abbiamo scelto di tornare in Bahia è anche la sua  cucina così diversa dalle altre regioni del paese. Una zuppa di pesce cotta in tipici contenitori di argilla nel latte di cocco: imperdibile! Trancoso ci rivela la sua anima “vip” nel conto più che  salato della cena, ma nonostante la frequentazione di attori e star internazionali, forse per via della bassa stagione, ci sembra comunque un paesino dal fascino semplice e ammaliante. IMG_9340

Lo zaino non arriva, ma noi fremiamo per raggiungere una delle tappe più ambite del viaggio: Caraiva.
Altre tre ore di strada sterrata verso sud, arriviamo ad un minuscolo molo. Da lì, in pochi minuti, ci traghettano con una canoa al di là del fiume. Benvenuti a Caraiva!
Paesino magico, circondato da una sponda dalla calma del fiume e dall’altra dalle onde dell’Oceano. In mezzo solo strade di sabbia e alberi secolari. Nessun veicolo a motore può circolare, solo qualche carrozza trainata da asini. La corrente elettrica è arrivata da pochi anni, salvando il paese dal rumore dei generatori comunque presenti per animare le serate di forrò. I bambini corrono scalzi per le strade,  si ambientano in fretta e noi con loro.
Abbiamo preso una casetta affacciata sul mare, la cui bellezza rimarrà impressa nella nostra memoria per luuungo tempo. Una casa di legno con cucina e bagno all’aperto affacciati su un rigoglioso giardino di palme, una terrazza tutta per noi da cui ammirare le onde dell’oceano, la lunga spiaggia deserta e iniziare a divorare i libri che mi terranno compagnia per tutto il viaggio.
Unica domanda che ci sorge spontanea è: come farà il nostro zaino ad essere recapitato fin quaggiù? Il proprietario della nostra casa ci tranquillizza dicendoci che in qualche modo, alla maniera brasiliana, lo zaino avrebbe raggiunto il fiume e qualche barcaiolo avrebbe mandato da noi il corriere. E così effettivamente è successo dopo 5 giorni. Abbiamo quindi capito che potremmo tranquillamente viaggiare con un solo zaino :)
I giorni trascorrono con ritmi rilassati,  non ci stufiamo mai di camminare per queste strade sabbiose, i bambini scoprono e gustano l’acai, granita di frutto dell’amazzonia tipicamente servita con miele, banana e granola. Alla sera giocano con bimbi incontrati per strada, capendosi a gesti e sorrisi, osservano la lezione di Capoeira dei ragazzi del paese e noi ammiriamo il tramonto sorseggiando Caipirinha  sulle sponde del fiume.
Un villaggio di sola sabbia, per me, è il Paradiso Terrestre!
Unico enorme rimpianto non averlo scoperto dieci anni fa, quando viaggiavamo da queste parti ed era ancora un piccolo e economico villaggio sconosciuto al turismo. Ora ci raccontano che durante l’alta stagione del Carnevale si riempie di turisti e di feste ogni sera, facciamo fatica a crederlo visto che abbiamo la fortuna di goderne ancora il ritmo rilassato,le strade decisamente non affollate. Come può cambiare la prospettiva di un paesino a seconda dei mesi in cui lo si visita!

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A fatica decidiamo di mantenere l’itinerario programmato e di non piazzarci per due settimane a Caraiva dove io, nonostante il mare ondoso, non faticherei a prendere la residenza.
Ma è ora di ritornare on the road. Canoa, pulman, 4 ore di sterrata, una notte ad Arraial d’Ajuda non distante dall’aereoporto e si ritorna a Rio!

E’ sabato sera, questa volta decidiamo di dormire nel quartiere di Santa Teresa che avevamo amato nel nostro primo viaggio. Santa Teresa è un quartiere diverso dagli altri, arrocato sulla collina, abbellito da case tipicamente coloniali. Ci accompagna nella nostra serata Andreas , il ragazzo che lavora nella nostra pousada.
Ci fa cenare in un semplice e caratteristico ristorante, aggiornandoci sulle triste eredità economica delle Olimpiadi. In questa prima parte del viaggio ci eravamo resi conto di quanto fosse aumentato il costo della vita in Brasile, chiedendoci come fosse sostenibile per la maggior parte dei brasiliani. E infatti non lo è :(
Andreas ci racconta di dover fare tre lavori per potersi mantenere, di come molti scelgano la strada più semplice della criminalità, soprattutto ora che la polizia non è pagata da mesi e le strade sono terra di nessuno! Il Brasile non era pronto a cogliere l’opportunità che le Olimpiadi potevano dare, la corruzione, come prevedibile, ha avuto la meglio. Simbolo di questa caduta è la chiusura da mesi del Maracanà, stadio simbolo di Rio, dove dieci anni fa avevamo visto il derby Botafogo-Flamengo, ora in triste stato di abbandono.
Concludiamo il nostro sabato sera in un localino molto hipster di Santa Teresa, il Favela Hype.
Attirati dalla musica rock ‘n roll suonata dal vivo, Pietro e Alice si fanno presto coinvolgere dalla band finendo per suonare  l’armonica insieme a loro e riempiendo la pista di bellissime brasiliane, con il loro entusiasmo contagioso.

 

Rio è solo una tappa di passaggio, il viaggio prosegue verso sud. Quattro ore di pullman, quattro ore di sonno per Pietrino che deve riprendersi dal live della sera prima. Arriviamo nella città coloniale di Paraty, piccolo gioiello Unesco. Ci accoglie un cielo grigio e carico di pioggia, ma non ci facciamo scoraggiare troppo. Riusciamo comunque a gironzolare per le vie acciottolate del paese prima che vengano allagate completamente dal temporale. Andiamo a dormire speranzosi nel ritorno del sole per poter raggiungere la prossima meta.
Il meteo è dalla nostra parte, per fortuna, saliamo sull’ennesimo pullman e ci rendiamo presto conto, dalle condizioni della strada, che non avremmo mai raggiunto la prossima tappa se il sole non avesse asciugato lo sterrato.
Un’ora scarsa e arriviamo alla spiaggia di Paraty Mirim, siamo molto emozionati, questa volta, nonostante il poco tempo a disposizione, vogliamo provare a raggiungere una meta insolita, se ancora ne esistono : ). C’è un piccolo molo da dove iniziamo ad ammirare il paesaggio in attesa che spunti qualche barchetta disposta a portarci all’interno del fiordo di Saco de Mamanguà.  Coi bimbi giochiamo ai pirati in attesa della loro barca per la conquista del tesoro di Mamanguà :)
Un motoscafo ci molla a metà del fiordo.  Abbiamo trovato un ostello affacciato sulle calme acque del mare, circondato da jungla e sentieri, l’atmosfera è così pacifica che i bimbi la colgono al volo correndo subito nelle loro ormai solitarie esplorazioni della zona. Ci ambientiamo e prendiamo una canoa per ammirare il fiordo pagaiando nelle sue tranquille acque.

Trascorriamo due giorni felici, increduli di aver scoperto un posto ancora così poco pubblicizzato, ma dal fascino unico. La sera i bimbi si divertono aiutandoci a fare un falò sulla spiaggia e noi sorseggiamo cachaca cercando stelle cadenti.  Il secondo giorno esploriamo l’interno azzardando un trekking di un’oretta nella jungla. Procediamo a piccoli passi, seguendo il ritmo di Pietro. Ci guardiamo raggianti nel vederli finalmente cammminare  e sogniamo già futuri viaggi e camminate nella natura. Continuo a soprendermi della loro adattabilità ai viaggi, non si sono mai lamentati di tutti i mezzi di trasporto che hanno preso, hanno camminato come mai a Torino osano fare. Hanno giocato e giocato insieme in completa autonomia, certo stuzzicandosi a volte come tutti i fratelli, ma facendosi anche tanto coraggio a vicenda nelle loro esplorazioni e fantasiose avventure.
L’ultima sera sul fiordo veniamo invitati a cena da un simpatico e socievolissimo signore brasiliano che abita in una splendida casa di vetro e legno con un terrazzino a strapiombo sul fiordo. Ci sembra una buona occasione per sentire qualche racconto sulla zona da chi l’ha scoperta prima di noi. Conosciamo così una signora che abita lì da ormai 30 anni ed è la padrona di una manciata di splendide case affacciate sul fiordo. Scopriamo dai suoi racconti che il Club Med aveva provato ad acquistare 20 anni fa dei terreni in quella zona, ma per fortuna la proprietaria non li avevi voluti cedere. E così il fiordo ha mantenuto il suo fascino selvaggio e rilassato.  Un posto che speriamo rimanga invariato ancora per molti anni, anche se i ricchi di San Paolo stanno iniziando a costruirsi le loro residenze estive.
Sono tutti molto curiosi di sapere come siamo venuti a conoscenza di questa zona, raccontiamo che è stata una piacevole casualità nell’aver visto su Facebook, proprio poco prima di partire, una foto di uno shooting Lavazza che ritraeva proprio una canoa sul Saco de Mamanguà. La foto ci ha incuriositi e così eccoci qui, nella loro casetta, a gustare un’ottima cena brasiliana, con tanti racconti e una stellata indimenticabile a far da cornice.

Come ultima tappa insisisto per voler tornare a Ilha Grande. Voglia di mare calmo, baie e nuotate coi bimbi.  Dieci anni fa era segnalata sulla Lonely Planet come tappa “off the beaten track”. Al nostro arrivo invece la vista dell’isola è oscurata da una nave di MSC Crociere :(
Per fortuna abbiamo prenotato un bungalow in una minuscola spiaggia lontano da tutti. Ilha Grande è ancora bellissima! Senza macchine, rigogliosa, mi ricordavo l’acqua color smeraldo e i sentieri nella foresta per passare da una spiaggia all’altra.
Primi  snorkelling con Alice, mi godo i momenti a due, in silenzio, con maschera e boccaglio, l’emozione per ogni singolo pesciolino.  Mi sveglio al mattino presto per aver la spiaggia tutta per me, rintanarmi nelle mie letture in attesa del loro risveglio. Camminiamo nuovamente nella jungla, un’ora di camminata, un’ora di chiacchiere ininterrotte prive di senso di Pietro. Neanche le salite lo lasciano senza fiato! Arriviamo alla spiaggia Lopes Mendez, maestosa, gigantesca. Giochiamo alle Mini Olimpiadi, ci immergiamo nella morbida sabbia infarinandoci dalla testa ai piedi, ruotiamo sulla spiaggia.

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Il Brasile mi rimane ancora nel cuore, so per certo che ci tornerò e tornerò. Viaggiare coi bimbi per certi aspetti è più semplice, non c’è stato negozietto dove non abbiano omaggiato loro di qualcosa e son stati coccolati da tutti. A chi ci chiede di continuo se fosse sicuro dico solo che in alcuni posti non abbiamo dovuto neanche chiudere la porta di casa. Non abbiamo mai percepito sensazioni di pericolo.  A Rio, come in tutte le grandi città bisogna prestare attenzione e non dare nell’occhio, ma per visitarla altro non serve che una canotta, dei pantaloncini e un paio di hawaianas.
E Rio, l’ultima sera, ci ha regalato uno dei ricordi più belli del viaggio: il tramonto con la vista dal Pan di Zucchero. E io non ho dubbi,per quel che ho visto finora nel mio piccolo, che, vista dall’alto,  sia la città più incredibile del mondo!

 

 

 

Il lato caraibico del Nicaragua

Nicaragua - 16 marzo 2016

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Son passati dieci anni dalla nascita di questo blog, dieci anni dal nostro giro del mondo in quindici mesi.
A volte mi chiedo il senso del mantenerlo vivo, ma poi trovo le mie motivazioni. Mantenere qui i nostri ricordi di viaggio, incontrare grazie a mondovisione altri viaggiatori come noi per potersi confrontare e stimolare altre famiglie a mettersi in viaggio perché “se non ci provi non lo saprai mai”.

Quest’anno ci mancava il Latino America, avevamo voglia di tornare con i bimbi in uno dei paesi più amati del nostro round the world: il Nicaragua!
Il fatto che molti ci abbiano chiesto “ma perché il Nicaragua” , “dove si trova esattamente” è uno dei motivi per cui noi ci siamo tornati :) Un paese sicuramente in cambiamento, ma ancora, in alcune zone, non attaccato dal turismo di massa.

La prima domanda che ci chiedono tutti ora è come si sono comportati i bimbi in viaggio, chi guardandoci come alieni, chi bramoso di prendere ispirazione. Il volo è stato molto lungo, un totale di 18/20 ore di viaggio con scali. I bimbi son stati bravissimi. Ormai le età più difficili sono superate, a 4 e 2 anni si intrattengono con i cartoni, disegnano, mangiano, dormono, corrono negli scali per sfogarsi un po’, e ripartono senza problemi.

Arriviamo a Managua alla sera e già ripartiamo il mattino dopo con un altro volo. Abbiamo deciso di dedicarci alla parte caraibica del Nicaragua che non avevamo visitato nel nostro round the world per motivi di budget.
Con un’altra ora di viaggio raggiungiamo le Corn Islands. Atterriamo su Big Corn e prendiamo subito una panga (motoscafo di legno) per raggiungere Little Corn, l’Isoletta come la chiamano da queste parti.
Saliti sulla barca scopriamo che la nostra è una delle prime imbarcazioni a partire da una settimana a quella parte. Un mese fa c’e’ stato un grosso incidente, una barca si è ribaltata causando la morte di tredici cittadini del Costa Rica e da allora i controlli sono molto rigidi e le imbarcazioni partono solo se le condizioni climatiche sono favorevoli.
E nonostante il clima fosse dalla nostra parte, il viaggio, per fortuna breve, è comunque parecchio burrascoso.  La barca è piccola, le onde sono alte e tutte contro di noi, con una mano ci teniamo saldi alla panchetta di legno e con l’altra sorreggiamo Alice che urla di gioia e Pietro che si aggrappa a me come un koala. Arriviamo fradici e distrutti con Alice che chiede felice “quando possiamo rifare il viaggio!”.

Little Corn è un’isola priva di macchine, la si attraversa tutta con camminate di 30/40 minuti passando per sentieri in mezzo alla jungla. Noi dormiamo in dei semplici bungalow di legno colorati affacciati sul mare, posizione meravigliosa. La nostra zona è molto ventosa e il mare mosso, pertanto ogni mattina ci mettiamo in moto e attraversiamo la giungla per raggiungere altre zone dell’isola un po’ più riparate.
Febbraio è l’inizio della stagione secca, ma ancora ci sono temporali caraibici e il vento rende il mare piuttosto mosso, probabilmente a marzo ci si riesce a godere maggiormente le spiagge e la barriera corallina per gli appassionati di snorkelling.
Ci rimangono impresse le lunge camminate per questi sentieri pianeggianti che ti conducono da una parte all’altra dell’isoletta regalando scenari bellissimi e selvaggi quando di colpo il sentiero si apre davanti ad una radura creata per un campo da baseball o quando il terreno diventa erboso e morbido come un manto di muschio affacciato sul mare.
Non essendo il posto più adatto per fare nuotare Alice e Pietro e avendo già preteso molto da Alice insegnandole finalmente a camminare per qualche chilometro, decidiamo dopo tre giorni di ripartire e andare a cercare una spiaggia più adatta a loro sull’isola grande.

Big Corn è comunque un’isola molto piccola, la si attraversa in venti minuti di macchina, troviamo una spiaggia lunga abbastanza riparata e ci fermiamo un paio di giorni e i bambini iniziano ad ambientarsi giocando in un parco giochi sulla spiaggia, dando da mangiare a delle tartarughine  e mangiando Gallo Pinto la tipica colazione locale a base di riso e fagioli. Mentre noi iniziamo la nostra dieta caraibica a base di pesce, gamberetti, aragoste e birra Toña :)

Come tutta la costa Caraibica del Centro America la lingua predominante non è lo spagnolo, ma il Creolo, un inglese “jamaicano” di difficile comprensione e la musica ricorrente, con nostro grande piacere, è il reggae pompato ad altissimo volume da qualsiasi abitazione. Abbiamo visto catapecchie di lamiera dove però non mancava mai una cassa degna di questo nome che diffondeva musica ad altissimo volume ovviamente rivolta verso l’esterno in palese gara con quella sparata dalle casse del vicino di casa.  Una confusione sonora notevole a suon di reggae!

Le persone sono un mix di razze talvolta di una bellezza veramente unica. Molte donne mi chiedono di poter tenere Pietrino con loro (colpite dal ricciolino biondo) io mi sarei rapita la metà dei loro bellissimi bambini!

Le isole sono isolate e parecchio care, nonostante siano aree povere con un turismo ancora non da grande resort, per fortuna in tutta la costa il pesce non manca e la gente non muore di fame. Abbiamo visto canoe piene di gamberi e aragoste :)

Inizia a piacerci questo primo viaggio un po’ itinerante con i bambini e decidiamo di provare a raggiungere la nostra meta più ambita: i Cayos Perlas.
Prima di partire avevamo letto sulla nostra guida di queste minuscole isole sperdute non lontano da Little Corn raggiungibili o con due ore di barca in mare aperto (opzione scartata per evidenti motivi di sicurezza e mal di mare :)) oppure risalendo la costa con una panga attraversando una tranquilla e riparata laguna.

Prendiamo quindi un breve volo di 15 minuti che da Big Corn ci riporta sulla costa. Arrivati in aeroporto ci stupiamo quando al check in, una volta imbarcati i bagagli, chiedono a tutti e quattro di salire sulla bilancia per controllare il nostro peso.
Siamo preoccupati che non ci lascino imbarcare Pietrino! Una volta che avvistiamo l’aereo capiamo il perché di questi controlli: il velivolo ha un massimo di dieci posti! Io salgo e nel dubbio ingoio subito una pasticca antinausea, il viaggio invece,  in compagnia dei piloti che siedono davanti a noi, si rivela tranquillissimo e ci regala una visione magnifica dall’alto dell’isola e dei colori del mare carabico.

La nostra guida parlava di un remoto villaggio, Laguna de Perlas, dove al massimo avremmo incontrato una decina di turisti al giorno.  Mi sembrava impensabile, leggendo una frase del genere su una guida così mainstream, che il villaggio e i Cayos non fossero già stati invasi da masse di turisti, ma decidiamo comunque che poteva valer la pena visitare una zona così diversa del paese. Non rimaniamo delusi! Laguna de Perlas è un villaggetto caraibico affacciato su una laguna marrone. Non c’e’ nulla, nessun turista, pochissime macchine, centinaia di bambini che giocano per strada e noi ci ambientiamo benissimo!
Da questo villaggio partono le escursioni per raggiungere con qualche barca di pescatori i Cayos Perlas. Capiamo però che è meglio esser sicuri di aver il clima migliore prima di imbarcarci in questa avventura e restiamo quindi qualche giorno nel villaggio in attesa che cali il vento.

Il primo giorno facciamo un’escursione in panga per visitare i villaggi delle popolazioni che abitano lungo la laguna. Il viaggio è parecchio burrascoso anche se all’interno della laguna, ci rendiamo conto di quanto piccole siano queste imbarcazioni e ripariamo i bambini  dalle onde con un telo di plastica nera sulla testa, loro come sempre non fanno una piega, anzi Pietro riesce pure ad addormentarsi :)

I villaggi sono molto affascinanti, poverissimi, ma coloratissimi con casette di legno dai colori sgargianti tipici di questa costa: fucsia, blu petrolio,verde, viola! Casette povere ma con dei bellissimi prati e i cavalli che corrono liberi circondati dal solito stuolo di bambini e dalla biancheria stesa ovunque perennemente a decorare le nostre fotografie.

Sostare qualche giorno a Laguna de Perlas è stato una delle esperienze più belle del viaggio. Anche se non c’era nessun attrazione turistica particolare, i bambini in pochi giorni si sono ambientati giocando felici, chiacchierando con il pappagallo della nostra guest house e, nonostante le difficoltà linguistiche, con i  bimbi del villaggio.
Un pomeriggio oziamo guardando la partita di baseball locale (per la cronaca durata dalle 15.00 alle 22.00 a causa di un temporale che ha allagato il campo, successivamente asciugato a mano da un povero volontario munito di straccio), un altro giorno visitiamo un poverissimo villaggio vicino e ammiriamo Pietro e Alice e la loro capacità di giocare con qualsiasi bambino e di diventare neri dalla testa ai piedi in pochissimo tempo :)

E finalmente arriva il giorno della partenza verso i Cayos. L’escursione è parecchio cara per via del costo della benzina, ma per fortuna riusciamo a trovare altri tre turisti disposti a dividere il costo con noi e anche loro intenzionati a trascorrere almeno una notte sull’isola.
La storia dei Cayos è quantomeno affascinante e bizzarra. Una decina di anni fa un “affarista” di origine greche con la complicità di un avvocato locale acquista cinque isole ad un prezzo ridicolo e le rimette in vendita su internet a prezzi decisametne maggiorati. Le isole vengono quindi acquistate da un neozelandese, da una signora inglese e da altri imprenditori che iniziano a costruire delle abitazioni.

A quel punto la comunità locale si accorge di quello che sta succedendo alle loro isole e rivendica la proprietà riuscendo ad impedire ulteriori costruzioni.

Al momento la situazione ancora non è chiara, e qualche isola si può trovare in vendita in rete al prezzo di 500.000 dollari …ma noi ci godiamo la possibilità di poterne visitare una e, con la complicità del custode dell’isola che vive lì con la sua famiglia e del pescatore che ci accompagna, di dormire una notte in delle semplici capanne che meriterebbero una sistemata, ma che per noi vanno più che bene.

I Cayos sono incredibili, superata la laguna l’acqua all’improvviso diventa turchese e all’orizzonte spuntano dei minuscoli atolli con al centro una massa di palme circondate da spiagge di sabbia bianca.

La nostra isola è minuscola, la si attraversa in trenta secondi da parte a parte: è perfetta! Raccogliamo conchiglie e coralli, ci arrampichiamo sulle palme, oziamo al sole, facciamo un falò la notte al chiaro della luna piena, dormiamo cullati dal rumore del mare sotto la nostra finestra, felici di esser riusciti a raggiungere un posto che non sappiamo per quanto tempo sarà ancora così accessibile per noi.

Gli ultimi giorni salutiamo la costa caraibica e decidiamo di raggiungere Managua via terra affrontando dodici ore di viaggio sui locali chicken bus, i vecchi scuolabus americani splendidamente decorati.
Durante il viaggio capiamo il perché Laguna de Perlas sia ancora un villaggio così poco turistico, durante le prime cinque ore di strada attraversiamo solo campi di banane e olio di palma, nessun segno di centri abitati.
Nuovamente ci stupiamo della resistenza dei bimbi. Dodici ore di viaggio passano in tranquillità tra un pisolino, una sosta per il pranzo, i giochi con altre bimbe sul bus, mentre in città i capricci per noia sono molto frequenti, qui si adattano ad un ritmo più rilassato, si adeguano a non aver cartoni e mille giochi a disposizione e si godono l’avventura in ogni spostamento.

Gli ultimi giorni prima di partire ritorniamo nella bellissima Granada visitata anni fa. Una città coloniale splendidamente tenuta, ritorniamo con gioia a parlare principalmente spagnolo, ci concediamo un alberghetto con piscina per ringraziare i bimbi della loro pazienza e rinfrescarci dalla calura cittadina, facciamo il giro della città in carrozza e visitiamo il mercato centrale. Un tuffo in mille ricordi di mercati e spese fatte per cucinare le nostre cene quando eravamo giovani e in due :)

Il bilancio finale è molto positivo. Non abbiamo trovato come gli altri anni in Thailandia un mare molto adatto ai bimbi e per questo ci siamo mossi maggiormente. Siamo stati felici di capire che gli spostamenti sono fattibilissimi, l’importante è viaggiare con un bagaglio il più leggero possibile (noi avevamo uno zaino a testa  leggero e un marsupio per Pietro, ma nessun passeggino) e lasciare il tempo ai bambini e a noi di ambientarsi senza aver troppa fretta.
Siamo stati molto felici di tornare a viaggiare in un paese dove potevamo parlare spagnolo, l’accoglienza è stata sempre incredibile, un calore che ci mancava, ci son state persone che ci hanno accolto come una famiglia (Pietro ha trovato pure un signore che ha chiamato “nonno” per giorni).
E ora sappiamo che possiamo pian piano iniziare a sognare altri piccoli viaggi itineranti, il Latino America è grande e anche ritornare in posti già visti con Alice e Pietro è come riviverli nuovamente da altre prospettive.

 

 

Un tuffo nel Mare delle Andamane

Thailand - 24 marzo 2015

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Finalmente è giunta l’ora di viaggiare come si deve con qualche chilo di più sulle spalle e due piccoli viaggiatori al seguito. Destinazione ancora una volta: Thailandia!
Complici delle ottime offerte delle compagnie aeree arabe che con 450/500 euro, fuori stagione, ti portano fino in Asia.
Noi optiamo per la Oman Air. Pietro pare apprezzarne le hostess :), noi apprezziamo lo scalo a Muscat che vince il premio “aeroporto family friendly” offrendo ai passeggeri in transito comodissimi passeggini che ci aiutano non poco durante la nostra sosta. Alice osserva alcune donne coperte interamente da tuniche bianche e ci chiede come mai ci sono dei fantasmi (?!?!).
Dopo dodici ore di volo arriviamo a Bangkok.
Com’è volare coi bambini ci chiedono tutti al nostro rientro? Alice, a tre anni e mezzo, ha superato la fase critica. Felicissima di volare, ma soprattutto di avere per la prima volta un televisore touch screen tutto per sè. Pietro, a 14 mesi, è una gestione più complessa. Per fortuna le hostess se ne innamorano e ci aiutano coccolandoselo a turno. Fondamentale presentarsi al check in con largo anticipo e chiedere i posti con la culletta per il piccolo, per poter riposarsi almeno qualche ora e avere un po’ di spazio per l’area gioco improvvisata ai nostri piedi.
L’impatto con Bangkok, nonostante contiamo che è ormai la quinta volta che passiamo di qui, è sempre eufemisticamente “caloroso”.
Trenta gradi che ti colpiscono appena usciti dall’aeroporto. Pietro la prima notte rischia di sciogliersi (anche se non ha perso neanche un etto!) unica soluzione scappare al mare il prima possibile!
Non prima di aver re-incontrato grazie a Facebook, che ogni tanto serve a ritrovare degli amici reali, un compagno delle medie di Paolo trasferito qui con la famiglia da qualche anno. Vittorio è un regista, dopo aver firmato importanti videoclip, ha preso atto del declino del mercato italiano e si è buttato in una nuova avventura. E’ felicissimo di lavorare in Asia, ha una famiglia splendida e ci ha fatto conoscere degli ottimi ristoranti  incuriosendoci con i suoi racconti da Expat. Ci siamo dati appuntamento il prossimo anno per una serata su qualche roof top bar di Bangkok, esperienza che ancora ci manca. Ironia della sorte abbiamo scoperto di aver vissuto per anni a Torino come vicini di casa e invece è molto più probabile che ci si riveda  i prossimi anni nei nostri passaggi a Bangkok!

La nostra destinazione è l’isola di Koh Kradan, nelle isole di Trang. Prendiamo un volo, un minivan e una barca … ma appena vediamo il colore dell’acqua pensiamo che ogni spostamento è valso la pena!
Koh Kradan è un’isola dove non c’e’ nulla, nessun villaggio, nessun abitante, solo sette resort (purtroppo la maggior parte parecchio cari!), due spiagge e una foresta in mezzo.
Noi abbiamo solo bisogno di un bungalow vista mare, qualche bambino con cui socializzare, dei ristoranti dove scassarci di Pad-Thai (noodle thailandesi), qualche buon libro, la birra fresca, l’acqua calda in cui potersi tuffare ad ogni ora del giorno e una barriera corallina a 200 mt di distanza per nuotare in compagnia di milioni di pesciolini. Ci aggiungiamo anche due djset improvvisati con la mia musica sulla spiaggia per ravvivare qualche serata!
Incontriamo altri viaggiatori, famiglie che trascorrono qualche mese in giro per le isole e raccogliamo informazioni preziose per viaggi futuri. Ci facciamo allettare dall’idea di spostarci in un’altra isola.

A sole due ore di barca dista Koh Lipe, al confine con la Malesia. Qualche anno fa se ne parlava come la nuova “Phi Phi Island”, era la nuova isola paradisiaca da esplorare. Purtroppo sappiamo che il turismo di massa è già arrivato anche lì, ma tutti ci dicono che è comunque un turismo rilassato e che l’isola merita effettivamente una visita. Visto che sicuramente non può che cambiare sempre di più e in peggio e visto che non dista molto, decidiamo di andarla a visitare.
Non rimaniamo delusi. Intravediamo come poteva essere l’isola solo qualche anno fa, ma ci facciamo comunque ammaliare dal suo mare dai colori verdi/blu e dalla sabbia bianca e morbida, con cui i bambini si infarinano in continuazione. L’isola è sfruttata, troppe troppe barche, ma troviamo comunque il nostro angolo di mare incantevole e deserto e ci godiamo la spiaggia con i suoi ristorantini dove mangiare alla sera con i piedi nella sabbia, sorseggiare Chang e Singha, mentre i bimbi giocano in attesa della cena.
Incontriamo parecchi pensionati italiani che decidono di svernare da anni da queste parti e sogniamo un giorno di seguire le loro orme. Notiamo anche come siano aumentati, rispetto ai nostri viaggi precedenti,  i ristorantini italiani, troppa gente in fuga in cerca di uno stile di vita migliore.

Abbiamo imparato negli anni a rallentare sempre di più i nostri ritmi di viaggio, a non avere la frenesia di mettere bandierine su mille posti diversi, ma a goderci l’atmosfera lenta un posto alla volta, un viaggio alla volta. Con due bimbi al seguito rallentiamo ancora di più, tutti e quattro necessitiamo di più tempo per adattarci ai luoghi, rilassarci noi, ambientarsi loro, divertirci tutti :).
La Thailandia si conferma sempre una scelta adattissima coi bimbi al seguito. Un paese facile da girare, con tantissimi mezzi di trasporto per qualsiasi destinazione a qualsiasi ora, con ottimo cibo e con  i thailandesi che ti aiutano di continuo giocando felici con i nostri figli. Certo non è la meta più esotica da esplorare, ma viaggiare con Alice e Pietro è già di per sè un’avventura e noi, ora, non abbiamo bisogno d’altro. Fargli scoprire nuovi mezzi di trasporto, camminare in mezzo ai mercati enormi di Bangkok, mangiare spiedini (spigolini come li chiama Alice) alle bancarelle, vivere nudi sulla spiaggia, giocare con bimbi di qualsiasi nazionalità, iniziare a mettergli un piccolo zainetto sulle spalle è sufficiente a renderci felici!
Ci rendiamo conto che non dobbiamo avere fretta, ad ogni età corrisponderà il giusto viaggio, adesso per loro è importante passare del tempo con noi e viceversa, non sono ancora pronti a mille spostamenti e luoghi di cui non ricorderebbero molto. Gli rimarranno impresse delle sensazioni, e per noi è stato bellissimo vederli unirsi in questa vacanza,  insabbiarsi insieme di giorno e rincorrersi la sera nel bungalow per poi crollare vicini sul loro letto improvvisato con un materasso a terra.
Son state solo due settimane, ma intense. I bambini ti riempiono la vacanza, non esistono tempi morti e per una volta il tempo non è volato, ma si è dilatato in emozioni quadruplicate.  Siamo tornati negretti, in qualche modo riposati e con la testa piena di sogni pronti a decollare!

Passaggio di testimone

Uncategorized - 15 febbraio 2015

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Correva l’anno 2007 quando io e Pablo con un sorriso stampato sul viso  salutavamo tutti e ci preparavamo a partire per il nostro Giro del Mondo. Mi ricordo ancora l’adrenalina dei preparativi, le ultime serate torinesi in cui già ci sentivamo distanti anni luce dai soliti locali, le solite uscite, le solite chiacchiere.
Oggi con gran piacere salutiamo due viaggiatori in partenza che ci stanno facendo riaffiorare tanti ricordi: Luca e Roberta di IdeaNomade.
Con Roberta son cresciuta sui banchi di scuola, dal liceo, un’amicizia intensa di tante cose in comune. Passano gli anni, ci si incontrava ormai per caso in città, per poi scoprire che la passione per i viaggi é la stessa e vederla partire come noi, zaino in spalla pronta a realizzare i suoi sogni.
Li seguiremo dal loro blog, con un pizzico di sana invidia, rivedremo posti già visti, ci stupiremo nel vedere i cambiamenti e ci faremo ispirare per i prossimi viaggi. Ci siamo dati un appuntamento, non al bar sotto casa per un caffè al rientro , ma in Asia da qualche parte il prossimo anno.
In tanti penseranno che sono i soliti fortunati, che loro se lo possono permettere, io ribadisco che è sempre questione di scelte. Hanno avuto il coraggio di mollare tutto, il lavoro, la casa, la famiglia e gli amici. Hanno venduto la macchina e girato un anno a piedi in città per iniziare a risparmiare per il viaggio. Non dormiranno in resort all inclusive e viaggeranno su mezzi sgangherati, cammineranno per chilometri con il loro zaino, ma saranno liberi e felici, con tutto il tempo e il mondo a loro disposizione.

Suerte Luca e Roby, que te vaya bien! Vi diranno in Argentina dove forse sarete già atterrati quando ci leggerete.

La spilletta di Caterina che ci ha accompagnato per tutto il viaggio sulla nostra borsa dice “Se non ci provi non lo saprai mai”. Voi lo state facendo e avete tutta la nostra stima!

A presto, ci vediamo in giro!

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Same same but different

Grecia - 13 gennaio 2015

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C’è chi dice che avere un figlio voglia dire non poter più viaggiare, figurarsi averne due!
Ma come ha disegnato egregiamente Giovanna nel nostro logo,  basta mettere l’ultimo arrivato nello zainetto e si può sempre partire :) E la cosa più meravigliosa di tutte e che in qualsiasi posto tu vada sarà sempre un riscoprirlo attraverso i loro occhi e i loro “wow!”

Quando è nata Alice ci chiedevamo come sarebbe stato per una bimba vivace come lei abituarsi agli spazi ristretti del furgone, quando è nato Pietro ci siam chiesti come poterci stare tutti e quattro, eppure abbiamo aggiunto qualche cintura di sicurezza, li abbiamo messi nello stesso lettino e … siam partiti!
La prima gita in Svizzera nella bellissima valle Verzasca, dai paesaggi elfici, primi test con il furgone e primo tentativo di viaggio con amici in camper (esperimento riuscitissimo a parte Alice che non si sa perché era sempre nel camper dei vicini!).  E poi in cerca di un po’ di bel tempo in Corsica e  a Serignan in attesa del ritorno in Grecia per la vacanza estiva!

Quest’anno decidiamo di esplorare la poco, anzi direi pochissimo, turistica isola di Eubea. Noi quattro, il furgone, la spiaggia, il mare, la luna e i falò e …  nessun altro.
E al rientro per non farci mancare nulla un salto al Busker Festival per vedere Alice ballare per le strade di Ferrara e Pietro imparare ad applaudire con le manine.

E ora aspettiamo Marzo con il sorriso tra le labbra e quattro biglietti aerei in tasca. Si torna in Thailandia, in qualche isoletta sperduta, con Alice e Pietro, same same but different, come diranno loro!

Stay tuned, ne vedremo delle belle :)

Grecia on the beach

Grecia - 19 novembre 2013

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Oggi piove, c’e’ aria di neve in città, tempo perfetto per i ricordi estivi e  per riprendere il filo dei nostri racconti di viaggio.

Estate 2013. Cri, la pancia, Pablo, Alice e il nostro furgone.
Prima meta ipotizzata la Turchia, ma causa ecografie irrimandabili, decidiamo di non allungare troppo il viaggio e fermarci in Grecia. La Turchia continua a rimanere lì tra i nostri sogni da realizzare al più presto.
Cominciamo a documentarci in rete e scopriamo con piacere che la Grecia pare una destinazione ideale per i camperisti come noi.
Ma quali tra le mille isole scegliere? O meglio la terraferma? Dove possiamo incontrare le spiagge meno affollate ad agosto e soprattutto parcheggiare liberamente con il nostro furgone vista mare? (Domanda da 100 milioni di dollari!)
Iniziamo a parlare con gli amici viaggiatori per avere consigli e scopriamo che lo Zio di Davide, camperista, sono anni che trascorre mesi in Grecia e ha appena pubblicato una guida per il campeggio libero nel Peloponneso.
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Primi passi in giro per il mondo

New York, Thailand - 27 ottobre 2013

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Riprendiamo il resoconto dei nostri primi viaggi in famiglia …

Dopo le prime esperienze di viaggi a tre in furgone è giunta l’ora, anche per sfruttare il fatto che i bambini non pagano il volo aereo fino ai due anni d’età, di portare Alice dall’altra parte del mondo.

Non smetteremo mai di ringraziare a dovere i nonni per la prima grande occasione: un viaggio con tutta la famiglia a New York!
Agosto 2012, Alice ha 10 mesi ed è pronta a gattonare nei parchi della Grande Mela :)
Prenotiamo il volo, rigorosamente notturno per facilitare a tutti il viaggio, ci assicuriamo che la compagnia aerea le riservi la culletta da agganciare alle prime file di sedili dell’aereo, affittiamo un appartamento che ci sembra più pratico e … via si parte!

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Di nuovo in mondovisione

Uncategorized - 29 settembre 2013

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Son passati un po’ di anni dall’ultima volta che abbiamo scritto su queste pagine, ma non certo perché ci sia passata la voglia di viaggiare alla prima occasione. Il viaggio nelle isole delle Filippine del gennaio 2011 (nostro ultimo racconto) ha portato bene e la famiglia dei mondovisionari si è allargata con una piccola viaggiatrice di nome Alice.
E ora che siamo in tre (e in realtà a dirla tutta a brevissimo in quattro :) ) a viaggiare, sentiamo ancora di più la necessità di condividere le esperienze di viaggio e di cercare in rete racconti di famiglie che non hanno smesso di esplorare il mondo zaino in spalla e passeggino al seguito :)

E così rieccoci “in mondovisione”, abbiamo pensato che fosse ora di fare un restyle del blog.  Speriamo vi piaccia la nuova veste grafica, ringraziamo Giovanna (cactus art prints) per aver aggiunto Alice al nostro logo.  Ci siamo divertiti con un po’ di saudade  come direbbero in Brasile, a rileggere e impaginare i vecchi racconti, ma è stato anche uno stimolo per iniziare a sognarne di nuovi … stay tuned :)

Per chi non si ricorda, prima il blog era così:

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Ma ora facciamo un passo indietro di qualche anno … nel 2011 per festeggiare la notizia della piccola in arrivo decidiamo di farci un regalo, un sogno tenuto lì in attesa del momento giusto per essere realizzato: l’acquisto di un furgone camperizzato, annata 1986, per continuare i nostri viaggi on the road. In ricordo della nostra casa mobile in Nuova Zelanda, lo ribattezziamo White Spring.
Il primo viaggio on the road ci porta nell’amata Costa Verde della Sardegna. Ci stupiamo nuovamente della quiete e dei luoghi selvaggi di questa costa ancora, fortunatamente, poco sfruttata, della possibilità di vivere la vita in furgone come piace a noi: liberi e con la vista mare!!!
Non abbiamo comprato un furgone per rintanarci in campeggi super attrezzati o parcheggi dove sostare stipati come sardine tra un camperone e l’altro. Con qualche difficoltà continuiamo a cercare quei posti che ancora ti danno la libertà di fermarti lontano da strutture turistiche, di cenare coi piedi nella sabbia e tuffarti nel mare al primo risveglio.

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Bastano gli occhi

Filippine - 12 gennaio 2011

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Due settimane di vacanza natalizie e non resistiamo a non prendere l’ennesimo volo, destino: Filippine!
Ci troviamo subito concordi, dato il poco tempo a disposizione e la nostra voglia di viaggiare sempre più slow, di esplorare una sola delle miriade di isole che compongono questo strano paese.
Atterriamo a Manila il 25 sera, dopo un pranzo natalizio servito dalla Emirates sicuramente non all’altezza dei manicaretti che ci aspettavano a Torino. Ma il piacere di ritrovarsi, dopo neanche un’ora dall’atterraggio, con i sandali ai piedi a bere una birra fresca nel primo chiosco per strada per soli 30 centesimi  ci fa dimenticare subito panettoni e altre leccornie di casa.

Manila è una grossa capitale di cui stentiamo a trovare il fascino e il 26 abbiamo già un volo interno prenotato per dirigerci all’isola di Palawan.
Ma non abbiamo fatto i conti con le infrastrutture locali…arrivati all’aereoporto di Manila ci informano che il nostro volo previsto per la sera era stato anticipato al pomeriggio perchè a Palawan non funzionavano le luci della pista d’atteraggio!
Non avendo controllato la mail non eravamo stati informati del cambio di orario, non ci è rimasto che accettare il rimborso dei soldi per il taxi, riaffrontare un’altra notte nella capitale e attendere frementi il mattino successivo per raggiungere l’isola e rifugiarci finalmente al mare.
Seguendo le dritte di amici e le informazioni della guida, ci dirigiamo subito al nord per fare tappa al villaggio di El Nido. Lì decidiamo che avremmo fatto base per la prima settimana per poter esplorare al meglio l’arcipelago di Bacuit su cui si affaccia la splendida baia del Nido.

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Mora mora

Madagascar - 24 agosto 2010

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Antananarivo (per gli amici “Tanà”) - 25 luglio 2010

Dopo una lunga dormita per riprenderci dal viaggio notturno iniziamo il nostro vagabondare per le strade del centro di Tanà. Mi stupisco subito, piacevolmente, dell’aspetto della città. Circondata da colline su cui si inerpicano piccole strade attorniate da case con ancora lo stile coloniale ereditato dai francesi ben visibile, non posso che giudicarla, a suo modo, una bella città. Specialmente se confrontata con l’architettura di altre caotiche capitali africane.
Ci tuffiamo subito nel mercato del centro città per abituarci di nuovo agli odori, alla polvere, al vociare tipico di questi luoghi. E per abituare fin da subito anche i nostri stomaci al lungo viaggio che ci attende, decidiamo di concederci il primo pranzo locale.

Affascinati da un pulman cittadino parcheggiato in mezzo al mercato sul quale vediamo la gente mangiare seduta come se stesse dirigendosi chissà dove, decidiamo, pur non capendo assolutamente niente del menù scritto su un finestrino, di sederci anche noi. E così, ordinando un po’ ad intuito con qualche parola di francese, ci ritroviamo a mangiare il primo pranzo tipicamente malgascio (che poi avremmo mangiato più e più e più volte): un piatto di riso in bianco di dimensioni spropositate accompagnato da un piattino con un piccolo pezzo di pesce al sugo (a seconda dei casi il pesce si trasformerà poi in un pezzetino di pollo o nel più frequente stufato di zebù con spinaci). L’abilità, che ci metteremo un po’ di giorni ad imparare, sta nel mischiare coscienziosamente il poco condimento con la mole di riso in modo da non rimanere a metà pasto con una quantità di riso in bianco totalmente insapore e inodore da mangiare. Pancia piena comunque sempre garantita alla modica cifra di 1 euro a persona.

Man mano che il viaggio andrà avanti scopriremo alcune eredità lasciate dai francesi, come la quantità di due cavalli color panna che circolano come taxi per la città e che Pablo si diverte a fotografare.
La seconda notte a Tanà riutilizziamo la community di couchsurfing.org per trovare ospitalità e conoscere qualcuno del posto a cui chiedere le prime dritte sul viaggio. Veniamo ospitati da Cecile, ragazza francese ricercatrice all’università e suo marito Tahine, artista malgascio, in una villetta molto carina alle porte della città. Non solo ci ospitano, ma ci raccontano delle bellezze del Madagascar dandoci i loro consigli, ci fanno assaggiare il pane cotto nel loro forno solare con un ottimo formaggio sempre di loro produzione e ci cucinano un’ottima cena malgascia! Non smetterò mai di stupirmi di ciò che couchsurfing può offrire ad un viaggiatore e delle persone splendide che  ci dà modo di conoscere.

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