Antananarivo (per gli amici “Tanà”) - 25 luglio 2010
Dopo una lunga dormita per riprenderci dal viaggio notturno iniziamo il nostro vagabondare per le strade del centro di Tanà. Mi stupisco subito, piacevolmente, dell’aspetto della città. Circondata da colline su cui si inerpicano piccole strade attorniate da case con ancora lo stile coloniale ereditato dai francesi ben visibile, non posso che giudicarla, a suo modo, una bella città. Specialmente se confrontata con l’architettura di altre caotiche capitali africane.
Ci tuffiamo subito nel mercato del centro città per abituarci di nuovo agli odori, alla polvere, al vociare tipico di questi luoghi. E per abituare fin da subito anche i nostri stomaci al lungo viaggio che ci attende, decidiamo di concederci il primo pranzo locale.
Affascinati da un pulman cittadino parcheggiato in mezzo al mercato sul quale vediamo la gente mangiare seduta come se stesse dirigendosi chissà dove, decidiamo, pur non capendo assolutamente niente del menù scritto su un finestrino, di sederci anche noi. E così, ordinando un po’ ad intuito con qualche parola di francese, ci ritroviamo a mangiare il primo pranzo tipicamente malgascio (che poi avremmo mangiato più e più e più volte): un piatto di riso in bianco di dimensioni spropositate accompagnato da un piattino con un piccolo pezzo di pesce al sugo (a seconda dei casi il pesce si trasformerà poi in un pezzetino di pollo o nel più frequente stufato di zebù con spinaci). L’abilità, che ci metteremo un po’ di giorni ad imparare, sta nel mischiare coscienziosamente il poco condimento con la mole di riso in modo da non rimanere a metà pasto con una quantità di riso in bianco totalmente insapore e inodore da mangiare. Pancia piena comunque sempre garantita alla modica cifra di 1 euro a persona.
Man mano che il viaggio andrà avanti scopriremo alcune eredità lasciate dai francesi, come la quantità di due cavalli color panna che circolano come taxi per la città e che Pablo si diverte a fotografare.
La seconda notte a Tanà riutilizziamo la community di couchsurfing.org per trovare ospitalità e conoscere qualcuno del posto a cui chiedere le prime dritte sul viaggio. Veniamo ospitati da Cecile, ragazza francese ricercatrice all’università e suo marito Tahine, artista malgascio, in una villetta molto carina alle porte della città. Non solo ci ospitano, ma ci raccontano delle bellezze del Madagascar dandoci i loro consigli, ci fanno assaggiare il pane cotto nel loro forno solare con un ottimo formaggio sempre di loro produzione e ci cucinano un’ottima cena malgascia! Non smetterò mai di stupirmi di ciò che couchsurfing può offrire ad un viaggiatore e delle persone splendide che ci dà modo di conoscere.
L’assalto alla stazione dei taxi-brousse e l’arrivo nell’altipiano
Dopo due giorni in città decidiamo di iniziare il nostro viaggio verso sud. Prima tappa la città di Antsirabe, situata a 4 ore di Taxi-brousse dalla capitale, sull’altipiano. I taxi-brousse son i pulmini che vengono utilizzati come mezzi di trasporto locali. Possono essere dei minivan, sulle rare strade asfaltate, o dei camion per tutti gli altri percorsi accidentati difficilmente categorizzabili come “strade”. Come sempre vengono stipati oltre ogni limite di persone, animali, e oggetti di ogni tipo e dimensione. Per fortuna, noi siamo piccoli e abituati a questo tipo di scomodità, per cui riusciamo anche a sonnecchiare tra un viaggio e l’altro.
La partenza è leggermente burrascosa, mentre il nostro taxi si avvicina alla stazione di Tanà veniamo assaltati da una decina di ragazzi urlanti che si buttano letteralmente chi sopra chi dentro la nostra vettura pur di accaparrarsi noi, il vazaha, lo straniero, come veniamo chiamati da queste parti e accompagnarci al loro taxi-brousse per prendersi una lauta commissione. Impareremo coi giorni a gestire al meglio anche questo tipo di situazione, ma il primo impatto è stato, come dire, frastornante!
Purtroppo la fame, la povertà dovuti alla crisi politica ed economica del paese non fanno che accentuare queste situazioni, soprattutto nella capitale, dove molti lottano per sopravvivere alla miseria dilagante.
Ad Antsirabe affittiamo per un giorno le biciclette e pedaliamo per una cinquantina di chilometri per la campagna circostante. Ammiriamo i terrazzamenti di risaie che caratterizzano il paesaggio e sorridiamo e contraccambiamo i saluti di ogni bimbo incontrato al loro richiamo di “bonjour vazaha”.
Più ci sposteremo verso la costa ovest e più ci accorgeremo delle differenze di tratti somatici tra le persone. A Tanà prevale l’influenza indo-malese, la pelle è scura, ma gli occhi sono orientaleggianti e i capelli lisci. Verso la costa ovest ritroviamo i tratti tipici africani, i capelli afro delle donne, sempre accuratamente acconciati e il colore della pelle decisamente più scuro.
Imparando la filosofia del viaggio ”mora mora”
Ad Antsirabe ci organizziamo un tour di sette giorni per discendere il fiume Tsiribina in piroga e raggiungere il parco nazionale degli Tsingy di Bemaraha. I tre giorni sul fiume scorrono lenti “mora mora” come ripetono costantemente i malgasci, e pigri. Ci facciamo coccolare dal nostro equipaggio, soprattutto dalla splendida cuoca. Ammiriamo il paesaggio circondato da remoti villaggi di capanne, leggiamo addormentandoci di tanto in tanto sotto il calore del sole mentre i nostri piroghieri remano instancabilmente, nuotiamo per rinfrescarci nelle acque marroni dello Tsiribina nonostante qualche avvistamento di coccodrilli, dormiamo in tenda sull’arenile del fiume sotto splendide stellate, veniamo svegliati tutte le mattine ben prima dell’alba dalle galline che ci portiamo appresso (ma che fuso orario hanno qui le galline?!?? Meno male che la seconda sera son finite in padella!).
La povertà di queste zone è sorprendente. Sulla riva del fiume spuntano bambini che inseguono la nostra piroga solo per conquistarsi una bottiglia di plastica vuota da poter utilizzare come contenitore, qui si ricicla tutto!
L’ultima notte piantiamo le tende nei pressi di un villaggio che, dopo cena, viene a farci visita al gran completo per allietarci con musica e danze attorno al fuoco! Anche noi proviamo ad unirci al cerchio ipnotico che contraddistingue questi balli, mentre un bimbo di non più di otto anni, canta a squarciagola per noi.
E dopo tre giorni di piroga e un giorno di sballottamenti in jeep raggiungiamo il parco nazionale degli Tsingy. Nonostante entrambe le nostre guide sconsiglino vivamente la visita soprattutto del circuito del grande Tsingy per chi, come la sottoscritta, soffre di vertigini, dopo un viaggio del genere e dopo aver scoperto che le conformazioni rocciose del parco sono uniche al mondo, come potevo non visitarlo!? Per cui il mattino seguente, con tanto di imbragatura da alpinista che al posto di darmi sicurezza mi incute ancora più terrore, iniziamo la visita del parco.
Valeva veramente la pena, nonostante un passaggio in cui pensavo che le mie gambe non mi avrebbero sorretto per la paura del vuoto alla mia destra, affrontare il circuito completo. Gli Tsingy sono una particolarissima conformazione rocciosa creata dal vento e dall’acqua, delle specie di guglie appuntite che creano dei canyon e delle grotte all’apparenza strettissime, ma all’interno delle quali si può camminare per ammirare il parco sia da sotto in su camminando tra caverne e radici di alberi, o dagli splendidi punti panoramici situati in cima agli Tsingy. Non avevamo mai visto niente del genere!
E per concludere il nostro tour in bellezza, dopo altre dieci ore massacranti di jeep, raggiungiamo la celebre Avenue du Baobab, un viale circondato da Baobab imponenti e meravigliosi resi ancora più affascinanti dalla luce del tramonto.
Di piroga in piroga
Ed eccoci finalmente arrivati al mare, Morondava, cittadina poco interessante affacciata sulla costa ovest del Madagascar. Il nostro piano è quello di discendere la costa per raggiungere il piccolo villaggio di Salary situato circa 400km più a sud.
Un po’ per l’assenza di mezzi (qui i taxi-brousse passano pochi giorni a settimana), un po’ per non scendere attraverso le faticose strade accidentate dell’entroterra, ma per godere del mare che si affaccia sul canale del Mozambico con la sua splendida barriera corallina. Un po’ perchè ci siamo “affezionati” alla piroga come mezzo di trasporto e un po’ per quel folle spirito d’avventura che ti prende quando sei in viaggio e che mi ha fatto superare la paura delle vertigini agli Tsingy, decidiamo di affrontare la discesa via mare con una piroga a vela che sarà la nostra “casa” in movimento per i prossimi cinque giorni.
La piroga è ancora più stretta di quella utilizzata al fiume, un tronco scavato, con una vela che i barcaioli, pescatori Vezo, maneggiano con destrezza e utilizzano come tenda alla sera, e un bilanciere per evitare di capottarci alla minima onda.
E così, sempre “mora mora”, riscendiamo la costa. Il mare è fortunatamente calmo, anzi calmissimo, a volte il vento si fa desiderare per ore e ore. Navighiamo una media di dieci ore al giorno, dormiamo su spiagge isolate o isole abitate solo da pescatori di passaggio. Mangiamo quello che il nostro capitano ci cucina, l’immancabile riso questa volta però accompagnato da una succosissima zuppa di granchi giganti, così grandi che per spaccare le chele dobbiamo appoggiarle su un remo e aprirle con un’ascia arrugginita!
Ogni tanto il capitano ci risveglia dai nostri pensieri indicandoci qualche puntino in lontananza, son megattere che intravediamo, purtroppo, solamente da lontano.
Al quarto giorno di navigazione il mare cambia colore, lo osserviamo diventare sempre più trasparente, azzurro,turchese, di quelle sfumature di colore indescrivibili che ti riempiono la vista, non resistiamo e ci tuffiamo dalla piroga. Sulla costa intravediamo qualche minuscolo villaggio di pescatori che appare quasi come un miraggio tra lunghissime spiagge incontaminate e dune di sabbia bianchissima.
Dopo cinque giorni di piroga, sale sulla pelle e capelli arricciati raggiungiamo Salary, dove ci fermiamo qualche giorno negli splendidi bungalow di Chez Francesco, un italiano ormai in Madagascar da 17 anni. Qui il turismo di massa ancora non è arrivato e fino a quando questi luoghi saranno così poco accessibili potremmo godere ancora in assoluta quiete di queste spiagge condivise da pochi viaggiatori.
Ogni parco è una storia a sè
Mora mora è giunta l’ora di incominciare la risalita dell’entroterra verso Tanà visitando i parchi nazionali lungo la strada per spezzare il viaggio e scoprire paesaggi diversi. Questo è quello che più ci ha colpito del Madagascar, oltre alla splendida gente: la varietà dei paesaggi. In un viaggio, seppur piccolo come il nostro, abbiamo avuto modo di visitare gli Tsingy con la loro particolare conformazione rocciosa. Il parco nazionale dell’Isalo, ribattezzato da alcuni il “Colorado” del Madagascar, grazie agli enormi canyon con splendide oasis all’interno. Il parco nazionale di Ranomafana con la sua foresta pluviale e ovviamente gli abitanti dei parchi per eccellenza: i lemuri, bianchi, marroni, con la coda a strisce, piccoli o grossi, ma sempre immancabilmente buffi.
Ultimi giorni: la visita alla missione salesiana
Ci teniamo gli ultimi giorni per andare a trovare Angelo, missionario cugino di Paolo, qui ormai da 25 anni, che risiede a 100 chilometri dalla capitale.
Interessante dopo 4 settimane di viaggio andare ad osservare un tipo di situazione ancora differente come il lavoro dei missionari, ascoltare le chiacchiere di Angelo, osservare il loro lavoro e i pro e i contro della missione.
Le scuole, i dispensari, l’oratorio, i campi dati da coltivare ai malgasci … enorme è il lavoro fatto dalla missione in questa zona e, ancora più enorme, il lavoro che effettua ogni giorno Angelo sempre con il sorriso e la battuta pronta, in malgascio ma con ancora una cadenza di siciliano, per chiunque incontri per strada.
Purtroppo l’impatto della missione di evangelizzazione non sempre è positivo, non sempre riesce ad integrarsi con gli usi e i costumi locali e non tutti i missionari son come Angelo, avercene di persone come lui…
Ora vi lascio alle fotografie che sicuramente rendono meglio di tante parole e ricordi accumulati la bellezza e il fascino di quest’ isola. Spiace non aver potuto scrivere man mano a mente fresca e aver dovuto riassumere il tutto, ma internet, sulla piroga, mancava ;-) .
Speriamo comunque di avervi almeno un po’ incuriosito, il resto andate a scoprirlo di persona perchè vale veramente la pena, noi di una cosa siamo certi: ci torneremo presto!



19 Comments
Viaggiare in questo modo spartano oltre ogni limite, (secondo il mio punto di vista) è encomiabile, come entrare nel vero e profondo cuore dei posti visitati !
Mora, mora ha forgiato il tuo coraggio !!!
Love Mia
A questi amici giramondo e curiosi dello spirito…non turistico dei luoghi tutto il mio sincero plauso e una grandissima ammirazione…..con un po’ d’invidia…..affettuosa…..bravi.
Se la vita e’ un viaggio….viaggiare e’ vivere due volte……
mora…mora nel mondo…gabry
Da qualche tempo non “passavo” piu’ dal vostro sito….Accidenti
quante cose mi sono persa.!!!!!!….Ma non vi fermate mai????
Vi ricordiamo sovente..Saluti da down under……
Raffaella e’ in vacanza a……Cipro..(troppo normale vero???)
Mirella
il viaggio e descritto cosi bene da farmi provare la gioia di averlo vissuto( non potevo avere regalo più prezioso grazie nonna)
anch’io quest’anno 2010 sono stato nel nord del madagascar visitando parco ankarana e montagne d’ambre ed il prossimo anno vorrei fare lo stesso giro fatto da voi-vi prendero’ ad esempio anche se non disporro’ dello stesso tempo
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