Mentre i giovani neozelandesi fuggono dalla loro terra in cerca di lavoro all’estero, la fuga dei cervelli come la chiamano qua, gli europei vi arrivano per donare le proprie braccia all’agricultura locale e racimolare denaro per i propri viaggi.
E cosi’ si finisce a fare i lavori che i Kiwi non vogliono piu’ fare, tra viaggiatori di altri paesi e immigrati indiani, pakistani, sudamericani. La differenza sostanziale e’ che tra i viaggiatori c’e’ chi lavora per comprarsi una tavola da surf o chi, come noi, per racimolare miglia aeree, loro, invece, per mandare i soldi alla propria famiglia.
Qualcuno di questi immigrati e’ qui da anni, ha la cittadinanza neozelandese e gestisce il grande flusso di lavoratori per la stagione di raccolta frutta.
Noi, nella nostra ricerca di un lavoro diurno, ci siamo imbattuti in Hamid.
Hamid, di origine iraniana, ma con identita’ differenti (ci sono quelli che lo conoscono come George, chi come Steve o come un suo alter ego Mike) di mestiere fa il contractor: colui che si occupa di trovare i lavoratori da spedire nei vari frutteti.
I contractor, purtroppo, troppo spesso, sono figure poco chiare che sfruttano il grosso traffico di persone richieste per le stagioni di raccolta.
Con Hamid intratteniamo tutti i giorni una fitta corrispondenza via essemmesse per scoprire, di volta in volta, non prima delle dieci di sera, in quale piantagione lavoreremo il giorno seguente.
Per queste prime due settimane il nostro lavoro e’ stato il flower picking, ovvero la raccolta dei fiori maschi del kiwi da cui si estrae il polline per l’impollinazione artificiale.
Lavoriamo a cottimo, pagati a chilo! Vi siete mai chiesti quanto puo’ pesare un fiore?!? Poco ve lo assicuriamo. Il lavoro non e’ cosi’ semplice come si puo’ pensare, bisogna prendere solo i fiori maschi, non troppo aperti ne’ troppo chiusi, un solo fiore femmina puo’ causare l’annullamento di tutta la borsa, ma non e’ cosi’ facile distinguere il sesso di una pianta e il lavoro di tutta una giornata puo’ andare perso per colpa di una femmina!! Per non parlare delle api che giustamente vorrebbero fare il loro lavoro in pace e non essere disturbate da mani invasive.
“Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi ne’ imparare nulla dallle genti appena sfiorate. Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare” (Pino Cacucci “Camminando“)
Paola, di Sondrio, e’ arrivata in Nuova Zelanda ventanni fa con una borsa di studio dell’universita’ e non e’ piu’ ripartita. Ricercatrice agraria dopo una settimana ad Auckland gia’ aveva avvisato colleghi e professori in Italia che difficilmente l’avrebbero rivista tornare a casa. Ora, dopo tanti anni, vive nella Bay of Plenty in una casa meravigliosa con vista sulla baia e sui frutteti di kiwi di sua proprieta’.
E’ fidanzata con Francesco, abruzzese, con cui ha creato la Sheeperino, piccola produzione di buonissime ricotte e pecorini con la quale tentano di educare i neozelandesi al gusto del buon formaggio sotto il marchio slow food. Conducono la nostra vita ideale: sei mesi in Nuova Zelanda e gli altri sei mesi in viaggio tra saluti in Italia e giri in barca per il Peloponneso.
Luigi, milanese, e’ in Nuova Zelanda da dieci anni. In Italia aveva un concessionario di moto BMW, ma non partegli dell’Italia, perche’ e’ l’ultimo paese dove tornerebbe a vivere. Deluso dai soliti problemi italiani:lavoro, lavoro,lavoro, tasse, tasse, tasse e ancora lavoro, lavoro, lavoro….. dopo una breve tappa alle isole Cook e’ sbarcato in Nuova Zelanda. Con pochi soldi e in pochi anni ha aperto e avviato ristoranti e un pastificio italiano creandosi un nome e una buona clientela. In Nuova Zelanda, per persone in gamba come lui, tutto e’ possibile. Ma oltre ad aprire ristoranti di successo, Luigi ha anche imparato alcuni pregi dello stille di vita neozelandese: non bisogna per forza lavorare quindici ore al giorno, per cui ogni tanto, se non lo si trova al ristorante, si e’ sicuri di incontrarlo al campo da golf.